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Diritto di critica | November 24, 2017

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”Agnus Dei”, la rinascita dopo la violenza

Il nuovo film di Anne Fontaine: nella storia delle suore polacche violentate dai soldati russi e della giovane dottoressa francese che le aiutò, l'omaggio anche alla forza delle donne di oggi

”Agnus Dei”, la rinascita dopo la violenza

Un gruppo di suore nella Polonia dell’immediato dopoguerra, l’orrore della violenza, ma anche la fede, la ribellione, il dubbio: il nuovo film di Anne Fountaine, “Agnus Dei” (titolo originale “Les Innocentes”), uscito nelle sale italiane il 17 novembre scorso, è una produzione franco-polacca che prima di ogni altra cosa celebra un intenso e drammatico omaggio alla forza delle donne.

Vederlo alla vigilia della Giornata contro la Violenza sulle donne significa immergersi in una vicenda reale – quella della giovane dottoressa francese Madeleine Pouliac che, in missione con la Croce Rossa in Polonia, assiste un gruppo di monache di clausura vittime della violenza da parte dei soldati dell’esercito sovietico – che diventa però emblema di una condizione femminile universale: quella della sopraffazione, ma anche della speranza. Della disperazione, ma anche della forza. Della violenza, ma anche delle scelte.

A partire da quelle della giovane ed emancipata Mathilde – interpretata da una vibrante Lou de Laâge – che dalla Parigi della Liberazione va in missione con la Croce Rossa in Polonia, per occuparsi dei feriti della Seconda Guerra Mondiale ed incontra, nel dicembre 1945, le suore di un convento sperduto nei boschi polacchi ed il loro atroce segreto: la violenza ripetutamene subita da parte dei soldati dell’esercito sovietico, le gravidanze nascoste, l’impossibilità di chiedere aiuto al di fuori per preservare il convento. Mathilde, giovane medico di formazione cattolica ma di idee comuniste, sceglie di non sottrarsi all’aiuto che le suore le chiedono: e quello che inizialmente è un atto di pietà medica, diventa poi una missione, una responsabilità empatica da cui non riesce e non vuole sottrarsi. Forse perché lei stessa rischia di subire la medesima violenza, o forse perché dopo il primo momento di reciproca diffidenza, tra la donna di scienza e le donne di fede la maternità – subita, sognata, rifiutata, agognata – crea un’inaspettata condivisione.

“Agnus Dei” è un film forte e crudo, che narra l’orrore senza indugiare nella carnalità violenta, piuttosto mostrandolo per contrasto con la tenerezza dolente e lacerata delle suore che di quell’orrore hanno subito la brutalità e le conseguenze: e sono personaggi indimenticabili, quelli che si muovono nel film, all’asfittico spazio del convento e dei chiostri, ma anche nell’alienante susseguirsi di tronchi d’albero innevati, quasi a rappresentare le sbarre della prigione – fisica ed emotiva – nella quale le donne si sono trovate costrette.

Nel film, l’ingresso di Mathilde nel mondo chiuso del convento e la nascita dei figli delle violenze aprono tutte quelle crepe che il silenzio, l’isolamento e i pugno di ferro della Madre Badessa avevano tenuto a bada: e allora ecco che c’è chi, come suor Maria, mette in dubbio la fede su cui ha basato tutte le sue scelte, oppure chi, come la novizia Zofia, non riesce a sopportare la perdita della bimba. C’è chi rifugge l’assistenza della dottoressa per preservare l’idea di castità nonostante – o proprio per difendersi da – lo stupro, e chi invece rifiuta proprio l’idea della gravidanza, fino a partorire quasi senza accorgersene, in stato di shock.

Eppure, nonostante tutto, “Agnus Dei” è un film di speranza: il dramma è infatti l’occasione per celebrare la capacità di rinascita – reale e metaforica – delle donne che l’hanno subito, rinascita sottolineata anche dallo scorrere delle stagioni, dal passaggio dal grigio dell’inverno al sole della primavera. Il vero protagonista del film, alla fin fine, non è l’orrore, ma la forza: forza di chi ha scelto di essere madre non più suora, forza di andarsene dal convento, forza di ripensare e rivivere la fede, forza di metterla in discussione e di trovare nuove strade, persino forza di prendere decisioni drammatiche, contraddittorie, ambigue. E forse è proprio per questo che “Agnus Dei” merita di essere visto: per ricordarsi che il dramma di uno sparuto gruppo di suore polacche nel ’45 e della coraggiosa dottoressa che le ha aiutate è il medesimo dramma di migliaia di altre donne di oggi, e la loro forza è quella di altrettante donne di oggi.

@balduzzierica