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Diritto di critica | July 20, 2017

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Una notte ai seggi esteri. Tra speranze, hangar e delusioni

A Castelnuovo di Porto (Rm) si è tenuto lo scrutinio del voto dall'estero. Dove Renzi sperava di vincere

Una notte ai seggi esteri. Tra speranze, hangar e delusioni

Quattro enormi capannoni, in mezzo al nulla. Migliaia di auto in fila a passo d’uomo lungo strette strade di campagna mentre la sera è arrivata da un pezzo. È domenica. È la domenica del referendum, quella che “domani non sarà più come prima”. Scrutatori, addetti di Roma Capitale e rappresentanti di lista si affollano in una frazione di Castelnuovo di Porto, ad una ventina di chilometri da Roma, per una notte centro nevralgico d’Italia. Qui si decideranno le sorti di Renzi e della sua riforma. O almeno così si dice. Qui sono giunte tutte le lettere dei voti per corrispondenza dall’estero verso le 16. Gli scrutatori sono all’opera e non sembra esserci una regola ferrea. C’è chi prima delle 23 apre le buste e timbra le schede, e chi aspetta l’ora fatale. Mentre fuori il freddo e una leggera foschia di appropriano dell’enorme parcheggio, c’è un surreale fermento tra i rappresentati di comitato e di lista, un clima da fine del mondo.

La struttura in cui sono stati aperti e scrutinati i plichi con le schede votate dagli italiani all'estero

La struttura in cui sono stati aperti e scrutinati i plichi con le schede votate dagli italiani all’estero

«Abbiamo già visto delle irregolarità», spiega concitato un rappresentante grillino a un collega davanti ad un attonito fante dell’esercito, lì a presidiare l’ingresso del seggio. Mentre nel capannone 2 una donna con addosso un cartellino identificativo della Corte d’Appello si sgola. «Al seggio 5 non ci sono scrutatori, qualcuno di voi è disponibile? Ne abbiamo proprio bisogno». Davanti a lei una massa informe di dipendenti del comune che non si sa cosa stiano facendo lì. Nessuno risponde. «Con quello che danno, conviene non fare nulla», commenta qualcuno a bassa voce. Ben 104 euro, per la cronaca. Ma conviene strappare qualche soldo in più con un inutile straordinario di domenica.

Le 23 si avvicinano. Gli scrutatori lavorano con frenesia. Un rappresentante grillino si aggira tra i seggi in camicia bianca, zaino nero e palmare. Controlla dati, telefona e soprattutto si muove tra i banchi dei seggi e diventa presto l’incubo dei vari presidenti. «Avete aperto le buste prima delle 23. Voglio che questa cosa sia messa a verbale», ripete mentre una rappresentante del comitato per il Sì lo guarda perplesso. In fondo è la domenica delle matite che si cancellano e di Beppe Grillo che ne lecca la punta. Ogni manifestazione di eccesso di zelo, a questo punto, non può che far scappare qualche sorriso. Sorridono poco gli scrutatori perché sanno che la notte sarà ancora lunga. In pochi seggi, al suono della campanella, potrà iniziare lo scrutinio. Ma la campanella non suona e spetta ai singoli presidenti dare il via alle operazioni.

Ore 23 05: escono i primi exit poll mentre a Castelnuovo di Porto hanno aperto appena qualche scheda. «Dai, sono solo sondaggi, nulla di nuovo», provano a rincuorarsi a vicenda due rappresentanti del Sì. Poi iniziano le prime contestazioni. «Questa scheda è nulla perché segnata con un pennarello», spiega una presidente di seggio che alla fine della serata avrà annullato una ventina di schede dove comunque l’indicazione di voto era chiara. Nel voto per corrispondenza non servono le matite copiative. Il voto va espresso solo con una penna blu o nera. Ma tra gli elettori c’è chi disegna stelline, riempie gli spazi bianchi con i pastelli. E c’è anche chi, per votare No, ha ritagliato il riquadro del No e lo ha inserito nella busta. Ci sono poi tanti, troppi voti annullati prima dello scrutinio per irregolarità nelle buste.

Poi alle 23 20 appaiono le prime proiezioni e la speranza del Sì inizia ad affievolirsi come il sorriso sul viso dei suoi rappresentanti. «Eppure qui i Sì sono in netto vantaggio», ma è un’illusione. Arriva la stanchezza, il sonno, la fame. Le macchinette di distribuzione sono state prese d’assalto già qualche ora prima e adesso sono vuote. Si riesce a rimediare solo qualche bottiglia d’acqua. «Guardi che queste bottiglie sono per il personale del comune», interviene acida una donna appollaiata su una poltrona. Ma in molti la ignorano. La sete si fa sentire. I giornalisti hanno capito che il voto estero non potrà essere determinante e provano un improbabile ritorno verso Roma. La fila per uscire parte dagli spazi interni del parcheggio. Nel semi deserto padiglione 4 si ritrovano i rappresentanti del Sì. È oramai l’1 30 e Renzi si è dimesso da più di mezz’ora. «È tutto finito, andate a casa», dice un coordinatore ai propri rappresentanti, prendendoli per le spalle. La delusione è chiara nelle loro facce. Il rappresentante del M5S in camicia bianca continua imperterrito a controllare voto per voto. «Ora avete vinto, tocca a voi e a Salvini indicare la strada delle riforme», gli grida dietro qualcuno. Lui non raccoglie la provocazione, chino a controllare i dati. «Scusi, dove devo firmare il verbale?».