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Diritto di critica | September 21, 2017

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L’Olanda dice no al populismo, ma basterà alla Ue?

Il voto nei Paesi Bassi scongiura l’avanzata dell’estrema destra. Ma era davvero la prova del nove per la tenuta liberale e democratica dell'Europa?

L’Olanda dice no al populismo, ma basterà alla Ue?

Tsunami, deriva, pericolo. Le prime importanti elezioni nel cuore dell’Europa di quest’anno sembrano aver smentito tutto l’allarmismo di stampa e addetti ai lavori su una presa di potere delle correnti politiche populiste. Avranno sicuramente giocato un ruolo anche la buona situazione economica del Paese e la presa di posizione del premier nello scontro diplomatico con la Turchia; fatto sta che in Olanda la vittoria è del liberale Mark Rutte, davanti alla coalizione islamofoba e anti-Ue di Geert Wilders (che è comunque la seconda forza del Paese, è bene sottolinearlo). Nei Paesi Bassi si è votato in massa (affluenza superiore all’80 per cento), e i conteggi sono stati fatti a mano, per evitare il rischio di attacchi di hacker informatici. Il partito vincente, il Vvd, è in testa con il 21 per cento dei voti e 33 seggi sui 150 in palio nella Camera Bassa degli Stati Generali d’Olanda (il Parlamento), con solo una ventina di sezioni ancora da scrutinare. Restano dietro i democristiani del Cda e i liberali progressisti del D66, attestati intorno al 12 per cento. Exploit per i verdi del GroenLinks, passati dal 2,3 per cento del 2012 al 9 per cento di oggi.

L’eroe della Ue Rutte, al suo terzo mandato, è il premier amato da Angela Merkel, definito ora da tutti come il “salvatore” dell’Europa democratica. Dopo gli scossoni della Brexit e della vittoria di Trump negli Usa, infatti, erano evidenti (e in parte ancora lo sono) le paure delle grandi coalizioni nei confronti di movimenti che di fatto mettono in discussione i valori fondamentali della Ue: «È stato un voto per l’Europa», ha commentato il Presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, mentre il presidente francese Francois Hollande, che aspetta le elezioni del 23 aprile, ha diffuso una nota emblematica: «Complimenti per il successo elettorale, una chiara vittoria contro l’estremismo. I valori dell’apertura, del rispetto per gli altri, e la fede nel futuro dell’Europa sono l’unica vera risposta agli impulsi nazionalisti e agli isolazionismi che stanno scuotendo il mondo».

Una vittoria a metà? In attesa dei “banchi di prova” di Francia e Germania (quest’ultima al voto il prossimo 24 settembre), viene però da chiedersi se questa sia una vittoria di Pirro per le democrazie europee. La probabile conferma al potere di partiti liberal democratici di centrosinistra o di centrodestra, infatti, non cancella la rilevanza politica, sociale e mediatica di personaggi come Wilders, l’inglese Farage o la francese Le Pen. Prima ancora che nei Parlamenti, il seme dell’odio e dell’intolleranza si diffonde nella società, e il fatto che queste formazioni populiste siano tra i prime (quando non le seconde assolute) all’interno di un Paese democratico deve continuare ad essere una notizia da non sottovalutare. Lo ha sintetizzato in Olanda lo stesso Wilders, che definisce i giornalisti «servi del sistema», predica di «scacciare dal Paese la feccia marocchina» e si trova da anni sotto scorta per paura di un attentato islamista: «Cinque anni fa nessuno parlava di identità, di pericolo islamico. Erano tabù. Mentre oggi fanno parte dell’agenda di governo. Rutte non si è liberato di me, abbiamo guadagnato dei seggi e ormai il genio della lampada del populismo non può tornare dentro la lanterna».