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Diritto di critica | May 23, 2018

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“The Post”, la premiata ditta Spielberg-Streep-Hanks non delude

Un film a tratti lento, ma elegante e concreto. Il regista premio Oscar dirige con maestria e naturalezza una pagina di Storia americana

“The Post”, la premiata ditta Spielberg-Streep-Hanks non delude

«Ma è legale?» – chiede un praticante al suo direttore; «Secondo te qui cosa facciamo di mestiere?» – risponde lui. L’essenza del giornalismo investigativo, del principio della stampa libera e guardiana in un’unica battuta, presto consegnata alla memoria dei cinefili e alla pagina Wikipedia di “The Post”. Steven Spielberg ci proietta con naturalezza agli inizi degli anni Settanta, mostrandoci il meglio del quarto potere americano allo scoppio dello scandalo “Pentagon Papers”, gli stralci di uno studio riservato sulla guerra del Vietnam trafugati e venduti alla carta stampata.

Segreti governativi La ricerca, che svelò tutte le bugie delle amministrazioni americane sulle reali intenzioni e possibilità di vittoria nello sfiancante conflitto in terra vietnamita, fu resa nota nel 1971 prima dal “New York Times”, poi fermato da un’ingiunzione del Presidente Nixon, e subito a ruota dal “Washington Post” dell’editrice Katharine Graham e del direttore Ben Bradlee, in una lotta storica per la libertà di stampa finita davanti alla Corte Suprema.

L’America degli anni Settanta Girato quasi tutto in interni, “The Post” lascia piuttosto sullo sfondo il malumore per la guerra e i cambiamenti dei costumi americani. Ma non può non notarsi l’attenzione all’atmosfera. È bravo Spielberg a trasmettere la “solennità” della professione giornalistica e dei suoi luoghi: la cura dei dettagli, i giochi di colore, la pellicola quasi “sfumata” come all’epoca e tutta l’energia della redazione centrale di un quotidiano; il classico brusìo e il caos di telefoni e macchine da scrivere evocano tanto il film cult “Tutti gli uomini del Presidente” ma rendono bene, come ogni volta, la passione e l’importanza di questo mestiere al di là dell’oceano. E lo stesso vale per gli uffici polverosi dei piani alti, che trasudano whisky e moquette, per i bassifondi della tipografia dove il giornale prende vita, per le perfette ville con portico e giardino dove si mescolano relazioni personali, politica ed economia.

Una storia solida “The Post” è probabilmente uno di quei lungometraggi da rivedere più volte per poterli apprezzare al meglio, e a tratti rivela una certa lentezza, data anche dalla complessità della trama. Ma è una storia forte, consistente, tenuta ben salda da un regista esperto e da un cast perfetto. Spregiudicato e concreto, il Ben Bradlee di Hanks è il motore dell’azione, un personaggio deciso e impeccabile. Ma che finisce per essere oscurato dall’altro coprotagonista.

Il talento di Meryl Meryl Streep, meravigliosa come sempre, si muove con eleganza ed un certo umano timore tra suppellettili di lusso e rotative, party esclusivi della Washington bene e redazioni fumose e vibranti. Durante il film viviamo con lei la lotta interiore tra l’amore per la verità e le amicizie decennali alla Casa Bianca. La sua Kay Graham è una donna solo apparentemente dubbiosa e fragile. Dedita per anni alla famiglia, da brava moglie della borghesia della East Coast, si trova a capo di un piccolo tesoro editoriale, costantemente biasimata e giudicata dai soci in affari solo per essere una donna (troviamo spesso rimandi ai dubbi sulle sue capacità imprenditoriali).

Un’esigenza di riscatto «Ho girato “The Post” anche per raccontare una storia femminista – ha dichiarato Spielberg in un’intervista – la Graham è stata la prima donna alla guida del “Washington Post” in una società patriarcale; era invisibile, gli stessi analisti di Wall Street la trascuravano perché di sesso opposto». L’altra “missione” del regista è indubbiamente quella di difendere i pilastri del giornalismo: «Quando mai questo mestiere non si è rivelato necessario alla Storia? Dall’invenzione di Gutenberg, fin dai primi newsbook, i reporter sono sacrosanti. Sono il check-in del bilanciamento, la pietra fondante della verità». «La stampa serve chi è governato, non chi governa», chiosa ad un certo punto, sublime, il film.