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Diritto di critica | November 13, 2018

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Lo "squilibrato" di Macerata e quella parola che non vogliamo pronunciare

Lo ”squilibrato” di Macerata e quella parola che non pronunciamo

Immaginate la scena: un cittadino straniero – diciamo arabo – sale su una macchina, arma la pistola, inizia a scorazzare per le vie di una cittadina italiana sparando all’impazzata contro chiunque gli capiti a tiro. I primi colpi vanno a segno mentre nessuno riesce ancora a capire cosa stia accendendo. A terra restano sei persone, per fortuna sono ferite. Lui –mentre spara- urla “Allah è grande”. Poi scende dall’auto, si ferma e rilancia un proclama che si rifà all’ideologia dell’Isis, si mette una bandiera nera sulle spalle e si fa arrestare. Come descrivereste tutto questo? Il semplice gesto isolato di un folle? Molto probabilmente avremmo prime pagine con una parola d’ordine su tutte: “terrorismo”.

Quando avvenuto a Macerata è speculare a questa scena, cambia solo il protagonista. A sparare su un gruppo di stranieri, infatti, è un uomo perfettamente italiano: Luca Traini. Prima di essere fermato, Luca è salito in macchina armato della sua Glock e ha preso di mira 11 persone. Una volta sceso dall’auto ha fatto il saluto fascista, si è coperto le spalle con una bandiera italiana e si è fatto arrestare dai carabinieri. Scena identica, questa volta reale, e mossa da una chiara ideologia fascista. Nel suo raid, tra l’altro, Traini spara anche contro la sede del Partito democratico. Tatuato sulla testa, Traini ha il simbolo usato da “Das Reich”, la panzer division delle Waffen SS di Hitler, utilizzato anche da Terza Posizione, il movimento neofascista fondato nel 1978 da Giuseppe Dimitri, Gabriele Adinolfi e Roberto Fiore – quest’ultimo attuale leader di Forza Nuova. Eppure a detta di molti questo non sarebbe da considerarsi come un atto di terrorismo ma il gesto isolato di uno squilibrato. Addirittura Renzi l’ha definito un “pistolero”.

A ben guardare, però, l’articolo 270 sexies del codice penale stabilisce che “Sono considerate con finalità di terrorismo le condotte che, per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno ad un Paese o a un’organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese […]”. Il gesto di Traini, quindi, secondo il nostro ordinamento sarebbe un gesto con finalità di terrorismo, considerata anche l’ideologia che l’ha spinto ad agire: il fascismo e la xenofobia. Traini potrebbe essere considerato il classico “lupo solitario”.

Negli ultimi anni di lupi solitari ce ne sono stati diversi, sia in Europa che negli Stati Uniti. E solo alcuni di loro sono stati “ridotti” a “squilibrati”. Viene piuttosto da chiedersi se questo assunto non sia più banale e pericoloso: un bianco può essere al massimo un folle con problemi mentali, per uno straniero la definizione di terrorista scatta evidentemente in modo molto più automatico. La mente, si sa, tende a semplificare, ad allontanare inconsciamente il pericolo. Grave quando questa operazione viene fatta dai giornali. Già perché invece esiste ed è esistito il terrorismo interno. L’Italia ha conosciuto l’eversione di matrice Nera, mosso dagli ideali delle destre.

Il cortocircuito è tutto – duole dirlo – nel colore della pelle o nella nazionalità. Un cortocircuito tipico non solo del nostro Paese. La strage di Las Vegas, dove sparando da una finestra un uomo causò 58 morti, venne sminuita al gesto di un pazzo.  A Barcellona, invece, 13 persone vennero investite da due fanatici dell’Isis, e venne definito un atto terroristico. Opposta la lettura di quanto accaduto a Charlottesville, dove un uomo mosso dall’ideologia nazista investì 20 persone, uccidendone una: non venne considerato terrorismo. Nel giugno scorso un uomo a Washington sparò contro alcuni membri del congresso: per la polizia non fu terrorismo. E ancora: il primo ottobre scorso presso la stazione di Marsiglia due donne furono uccise a coltellate da un senzatetto tunisino: per i francesi quel gesto ebbe una matrice terroristica.

C’è quindi una parola che pochi vogliono pronunciare: terrorismo. Ed è curioso che alcuni “terroristi” nostrani siano definiti da tutti “squilibrati”, come se un membro dell’Isis o dei talebani sia invece una persona sana di mente. Gli elementi dell’ideologia, di contro, nel gesto di Traini ci sono tutti: il saluto romano dopo la strage, l’azione mirata a colpire indistintamente un gruppo di persone, i colpi sparati contro la sede di un partito. Poi – ovviamente – fa meno paura a un’opinione pubblica sotto elezioni declassare il tutto al gesto sconsiderato di un folle. Ma gli ingredienti per definire questa “tentata strage” come un atto di terrorismo interno ci sono tutti. E il terrorismo nasce anche così: con gesti sfumati di pochi che si lasciano convincere da una retorica politica ormai malata e votata all’odio. Le Brigate Rosse non sono nate tavolino: per anni si sono nutrite di convincimenti e ideologie, nate sull’insoddisfazione e sulla frustrazione di una classe sociale. Diverso il discorso per il terrorismo nero. E oggi, in questo mix di populismo rancoroso senza obiettivi e xenofobia strisciante, si rischia proprio questo. Che uno, due, tre e chissà quanti Luca Traini si convincano della qualunque per dare un senso alla loro vita e inizino a credere in qualcosa. Alla politica l’ultima chance: cambiare retorica, abbassare i toni, non strumentalizzare il problema dell’immigrazione (e non solo) come se fosse il peggiore di tutti i mali. Perché è una bugia.

@emilioftorsello