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Diritto di critica | July 16, 2018

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Decreto Dignità, qualche luce e molte ombre

La decisione del governo non fornisce risposte alle false partite iva e prova a combattere la globalizzazione a suon di norme

Decreto Dignità, qualche luce e molte ombre

Lotta al precariato. È questo l’obiettivo del Decreto Dignità, approvato ieri dal Consiglio dei ministri. Con una serie di norme che fissano nuovi e più stringenti paletti ai contratti a tempo, il ministro del Lavoro Luigi Di Maio punta a contrastare l’esplosione del numero di lavoratori precari. Ma le scelte fatte favoriranno realmente l’occupazione e i lavoratori?

Nuovi limiti nei contratti a termine. I contratti di assunzione a tempo determinato non potranno superare i due anni. Il limite scende dagli attuali 36 mesi e prevede, nel periodo, non più di quattro rinnovi contro gli attuali cinque. L’obiettivo è quello di incentivare le aziende ad assumere con il Jobs Act (contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti) che non è affatto vero sia stato cancellato. Tuttavia, se in effetti imporre questi paletti potrebbe favorire la stabilizzazione di lavoratori specializzati, potrebbe – di contro – sfavorire i lavoratori non specializzati che potrebbero facilmente essere sostituiti da altri lavoratori.

Precario, costa di più. Per limitare l’uso dei contratti a termine è previsto che a ogni rinnovo, a partire già dal secondo, aumentino i contributi previdenziali a carico dell’azienda per lo 0,5%, a finanziamento della Naspi. Si tratta di una misura piuttosto timida che di fatto non comporterà alcun disincentivo. Se la percentuale fosse più consistente, potrebbe di fatto essere un vero disincentivo che spinga verso la stabilizzazione da una parte, e verso un ricambio dall’altra. Il tutto sta nella differenza che intercorre tra tipologie di lavoro.

Aumenta l’indennità. L’unica vera e sostanziale modifica al Jobs Act riguarda gli indennizzi. In caso di licenziamento senza giusta causa, questi crescono dagli attuali 24 mesi di stipendio a 36 mesi. Si tratta di una scelta che ha un forte valore politico ma che rischia di irrigidire nuovamente il mercato del lavoro. Tutele così ampie dovrebbero essere date solo a lavoratori che difficilmente sarebbero in grado di ricollocarsi nel mercato del lavoro. In ogni caso, l’articolo 18 non viene ripristinato.

Addio alla pubblicità sui giochi d’azzardo. La scelta del governo è, sotto il profilo morale, indiscutibile e può nei fatti contrastare la ludopatia. Dal 2019 non potranno essere più pubblicizzati con spot o sponsorizzazioni i giochi a premi. In caso di violazione, scatterà una multa pari al 55 del valore economico della sponsorizzazione. Si tratta forse di una percentuale troppo bassa per rappresentare un vero incentivo. In ogni modo il governo non tiene conto degli effetti che questa scelta può avere in termini occupazionali e di guadagni mancanti per l’erario.

Basta delocalizzazioni. Interessante l’iniziativa del governo di punire le aziende che ricevono finanziamenti indiretti (quelli diretti sono illegali) dallo Stato attraverso agevolazioni fiscali e che decidono di delocalizzare all’estero. Con il decreto le aziende non potranno delocalizzare nei cinque anni successivi alla fine degli investimenti agevolati. E le sanzioni saranno comprese tra le due e le quattro volte il valore del beneficio, più gli interessi. Basterà a far da argine alla globalizzazione?

Un decreto “populista”. Lo ha definito così proprio il sottosegretario della Lega Giancarlo Giorgetti. Il problema di fondo del decreto è che non si affronta in maniera frontale il precariato. Si guarda a chi ha un contratto di assunzione a tempo determinato, cioè ai precari più tutelati, ma non viene affrontato il problema delle false partite iva e delle cosiddette prestazioni occasionali, problema che può essere arginato solo con l’aumento dei controlli. Inoltre, non è chiaro come ponendo ulteriori paletti questi possano favorire la stabilizzazione dei lavoratori. In realtà, il problema non è perdere lavoro. Il problema è potersi ricollocare nel mercato rapidamente. E per far ciò serve un’economia più dinamica e maggiore fiducia da parte degli investitori. Altrimenti “dignità” diventerà “disoccupazione” e “lavoro nero”.

 

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