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Diritto di critica | October 20, 2018

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Dal pentapartito ai pentaleghisti. L'economia a colpi di deficit

Gran festa a Palazzo Chigi per aver "piegato" il ministro Tria. Ma sull'Italia si prepara la tempesta perfetta

Dal pentapartito ai pentaleghisti. L’economia a colpi di deficit

Esultano come se l’Italia avesse vinto i mondiali. Nella fresca notte romana di inizio autunno c’è mezzo governo affacciato alla terrazza di Palazzo Chigi. E sotto la claque dei parlamentari 5 Stelle con tanto di bandiere. Urlano il nome di Luigi Di Maio e lui, là su, con il pugno alzato, risponde con un largo sorriso. E via con le dirette Facebook. Un nugolo di parlamentari accende il telefonino e alza il braccio per meglio inquadrarsi. “Ha vinto il popolo”, dice un senatore 5 stelle rivolto al proprio telefono. E via: cuoricini, smile e pollici in su. Una valanga.

Ma cosa c’è da festeggiare? I 5 stelle, con la complicità della Lega, hanno ottenuto – è vero – una vittoria, quella contro il ministro Giovanni Tria. Hanno “piegato” i “tecnocrati” del Mef. E hanno licenziato un testo che accoglie buona parte delle promesse elettorali: reddito di cittadinanza, estensione della tassazione al 15% per le partite iva, pace fiscale (leggasi condono fiscale) e riforma della riforma Fornero. Ora la palla passa al Parlamento.

Tanti soldi che nelle casse dello Stato non ci sono. Per questo, se la Legge di bilancio dovesse accogliere la gran parte delle indicazioni fornite dal governo, fissando il deficit al 2,4%, lo Stato dovrà ulteriormente indebitarsi per 33 miliardi di euro l’anno per 36 mesi: nel 2021 l’Italia avrà, quindi, un debito pubblico più pesante di circa 100 miliardi. “I soldi ci sono”, spiega Di Maio. In realtà no. E per indebitarsi lo Stato dovrà emettere titoli, cioè dovrà chiedere denaro a investitori italiani e stranieri.

La decisione presa nella tarda serata di ieri ha spaventato i mercati. Lo spread ha toccato quota 280 e la Borsa ha perso il 4%. Il rendimento dei Btp a 10 anni ha superato la soglia del 3%. Il messaggio dei mercati finanziari è chiaro: “Non ci fidiamo di voi. E se volete i nostri soldi dovrete pagare un salatissimo tasso d’interesse”. E se nessuno presta i soldi all’Italia, il default è dietro l’angolo. Inoltre, se aumentano i tassi d’interesse, crescerà in futuro la quota del Pil che il sistema-paese deve accantonare per ripagare il debito e gli interessi su questo. Crollano inoltre in borsa le aziende pubbliche quotate, lasciando sul terreno un miliardo di euro.

Insomma, sembra profilarsi per Di Maio una vittoria di Pirro. Lo stesso vice-premier, qualche giorno fa, paventava la possibilità di stampare moneta pur di racimolare i soldi per finanziare il programma di governo. Probabilmente avrà pensato a questa evenienza dopo aver letto su qualche blog complottista che la soluzione a tutti i mali sia proprio questa. Evidentemente Di Maio non sa che la quantità di moneta circolante conta meno del valore reale della stessa. Un bene è più prezioso, quando alta è la domanda, ma bassa è l’offerta. Se, al contrario, si aumenta la moneta in circolazione (cioè l’offerta), diminuisce il valore del singolo euro. Un danno enorme soprattutto per chi ha un reddito fisso e per chi presta denaro. Una scelta fatta già negli anni settanta e ottanta dai vari governi che si sono susseguiti e che hanno ingenerato inflazione alle stelle e l’esplosione del debito pubblico italiano, con evidenti conseguenze sulla crescita di oggi.

Spendere in deficit non è sempre sbagliato. Anzi, è utile in caso di crisi economica (cioè quando la crescita del Pil è negativa) proprio per stemperare gli effetti della contrazione economica. Ma non è il caso dell’Italia che sta in una seppur instabile e debole fase espansiva. In momenti come questi è bene esser “formiche” e non “cicale”, per avere margini di spesa in deficit nei momenti di recessione. Lo spiegano bene i tanti manuali di economia utilizzati nelle università di tutto il mondo. Ma è anche vero che l’economia italiana stenta a ripartire e un’iniezione di liquidità può comunque essere positiva, a patto che le risorse vengano destinate alla crescita e allo sviluppo. Nel piano pentaleghista non c’è nulla di tutto questo. Solo assistenzialismo (leggasi reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni) e regali elettorali. L’economia italiana riparte con regole certe nel mercato del lavoro, una burocrazia più snella e con il taglio del cuneo fiscale. Bisogna così creare lavoro più che difendere chi non ce l’ha e non ce lo avrà. E di fronte alle procedure di infrazione della “cattiva” Europa o alla “punizione” imminente dei mercati, in molti non si faranno un’approfondita analisi di coscienza ma daranno la colpa ai fantasmagorici poteri forti e intrighi internazionali condotti da banchieri ebrei e mondialisti. Mentre condurranno l’Italia verso la bancarotta e verso anni di lacrime e sangue.