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Diritto di critica | March 23, 2019

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Caos Brexit, la May prende tempo. Ma la Ue non negozia

Dopo i sondaggi tra gli inglesi e le preoccupazioni del Parlamento, il premier britannico rimanda il voto sull’accordo raggiunto con l’Unione Europea

Caos Brexit, la May prende tempo. Ma la Ue non negozia

La questione Brexit torna prepotentemente alla ribalta e offre ore di confusione e colpi di scena. Theresa May sostiene il patto economico con Bruxelles sull’uscita della Gran Bretagna dalla Ue; ma spinta dai malumori alla Camera dei Comuni, rimanda clamorosamente il voto in Parlamento (necessario per procedere alla Brexit). L’Unione Europea, tramite una sentenza della Corte di Giustizia, consente alla Gran Bretagna di cancellare unilateralmente la Brexit (senza cioè il consenso di tutti gli Stati membri); ma rivendica l’accordo imbastito con la May e ribadisce che «il 23 marzo 2019 avverrà l’uscita dalla Ue». Tra dichiarazioni e rinvii, la sterlina crolla a picco nei confronti del dollaro, e sale la preoccupazione dei mercati.

La decisione Lo stop del Primo Ministro May è di poche ore fa, dopo tre giorni di consultazioni e scontri politici che di fatto danno nuova linfa ai sostenitori di un secondo referendum sull’uscita dalla Ue (anche recenti sondaggi danno sempre più inglesi a favore del “remain”). Il Regno Unito appare diviso sia sulla Brexit sia sulle modalità in cui essa dovrebbe avvenire. Gli avversari della May parlano di «governo confuso» e sostengono che l’accordo economico stilato con Bruxelles (che prevede molte concessioni all’Unione Europea) renderà la Gran Bretagna poco più di un «vassallo». Ecco allora che il premier, messo alle strette, ha rimandato il procedimento (il voto avverrà entro il 21 gennaio) e proverà a chiedere negoziati di emergenza alla Ue: «Se votata ora, l’intesa potrebbe essere rigettata da buona parte della Camera dei Comuni – ha dichiarato – soprattutto per quanto riguarda l’Irlanda del Nord e la questione del confine con la Repubblica d’Irlanda dopo gli accordi di pace del 1998». È proprio il “destino” di Belfast il nodo più spinoso: per evitare il ritorno di un confine di tipo classico con l’Eire, l’Unione Europea propone un “backstop”, ovvero la permanenza dell’Irlanda del Nord nel Mercato unico e nell’unione doganale. A Londra in molti temono però che il provvedimento possa diventare a tempo indeterminato e spaccare il Paese. La May cercherà disperatamente di ottenere più malleabilità sia in Parlamento sia a Bruxelles, per scongiurare un’uscita senza accordo e portare avanti la Brexit con il Paese più unito possibile. Ma l’impresa è tutt’altro che semplice.

La precisazione della Ue Un summit con Londra è in agenda da tempo, ma i vertici dell’Unione, al di là della recente sentenza della Corte di Giustizia che consentirebbe di fermare la Brexit, parlano chiaro: «Come ha affermato il Presidente Juncker – ha dichiarato la portavoce della Commissione Europea Mina Andreeva – questo è il migliore e unico accordo possibile. Non rinegozieremo, la nostra posizione non è cambiata, per quanto ci riguarda la Gran Bretagna lascerà la Ue il 29 marzo 2019».

Gli scenari Se avvenisse un’uscita dalla Ue senza accordo economico con Bruxelles, per Londra e tutto il mercato europeo ci sarebbero conseguenze assai negative, soprattutto in termini di lavoro e circolazione delle merci. Con la fine del libero commercio, infatti, tornerebbero i dazi, dal 10 al 40 per cento a seconda dei prodotti. Se Londra rischierebbe di perdere fino a 6 punti di Pil, anche gli altri Paesi avrebbero delle contrazioni e vedrebbero danneggiate le loro esportazioni, Italia compresa. I prezzi schizzerebbero alle stelle e si avrebbero complicazioni e rallentamenti nel traffico aereo, nel turismo, nella circolazione di medicinali, nei controlli alle dogane. Uno scenario complesso, un ritorno al passato ormai inimmaginabile.