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Diritto di critica | July 17, 2019

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“Sulla soglia dell’eternità”, il Van Gogh da non perdere ancora nei cinema

Chi non lo avesse ancora visto, lo faccia. Un film che può dividere ma che merita almeno una riflessione su arte, natura e rapporti umani

“Sulla soglia dell’eternità”, Van Gogh da non perdere ancora nei cinema

Una faccia vivida, intensa, credibile nell’interpretare un personaggio di trent’anni più giovane. Willem Dafoe ci regala un Van Gogh convincente nel particolare film del regista Julian Schnabel, ancora nelle sale. “Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità”, acclamato lo scorso autunno a Venezia e con il quale Dafoe ha vinto la prestigiosa Coppa Volpi, non è una delle tante biografie del tormentato pittore olandese, ma prova a partire dal suo vissuto per esplorare pensieri e paure che potrebbero essere tranquillamente quelle dell’uomo d’oggi.

Il periodo francese La pellicola si concentra sull’arrivo di Van Gogh in Francia, prima ad Arles e poi ad Auvers-sur-Oise, nel desiderio di trovare tranquillità e ispirazione rifugiandosi nella pittura e nel disegno («Quando dipingo, smetto di pensare»). Il regista, nella pittoresca e a tratti cupa atmosfera dei borghi di fine Ottocento, non può evitare di narrare gli squilibri del protagonista, l’incomunicabilità e la solitudine, il rapporto con Paul Gauguin e con l’amato fratello Theo, il suo non essere capito come artista («Io sono i miei quadri», tenta di spiegare). Ma oltre il racconto storico, e dopo una lentezza iniziale nello scorrere della trama, il film decolla e mette in risalto tutta la modernità del pittore (lucidissimo nonostante sia preda dei propri demoni), la tenerezza, il tentativo di capire, lasciandosi andare anche a suggestioni e a licenze narrative, come ha confermato Schnabel.

Un film contro un cliché «Vincent Van Gogh è diventato un’attrazione turistica, e io volevo scardinare un cliché – ha dichiarato – Tutti credono di sapere tutto sul pittore, ma ho pensato: perché non mettere cose che sarebbero potute accadere, o forse sono accadute e nessuno sa? Così lo abbiamo fatto parlare di Shakespeare e di letteratura, per esempio». E per il regista statunitense la prospettiva si allarga oltremisura: «Non definirei “Sulla soglia dell’eternità” proprio un film su Van Gogh. È il protagonista, ovviamente; ma mi sembra più un film sull’essere vivi, sullo stare nella natura o nella società, sull’impossibilità di essere accettato se hai un certo temperamento, sull’avere rapporti normali tra persone».

Il dialogo con la natura e l’arte Se i tormenti di Vincent ci arrivano anche attraverso inquadrature spigolose, angolazioni ardite e soggettive sfocate e abbacinanti, al contrario il dialogo con la natura e la riflessione sulla sua bellezza, che salva più volte l’artista, è reso benissimo da scene piene di colore, luce, forme sinuose. Al suono di un pianoforte, lo spettatore rivive il momento della frenetica creazione pittorica (la strabiliante media di quasi un quadro al giorno): la cinepresa segue da vicino Van Gogh tra prati e alberi, lo affianca, partecipa in pieno alla scelta del soggetto, dei colori sulla tela, del tratto spasmodico di pennello che dà vita ad un capolavoro ancora incompreso. E rende bene quei lampi di felicità e pace che il pittore ha rincorso per tutta la sua esistenza: «Vedo ovunque nella natura, ad esempio negli alberi, capacità d’espressione e, per così dire, un’anima», amava dire.