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Diritto di critica | May 27, 2019

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Un successo dolce e potente. Ecco perché “Green Book” è da Oscar

In lizza nella cinquina finale della categoria “miglior film”, la pellicola di Peter Farrelly offre molti motivi per giustificare la vittoria.

Dolce e potente. Ecco perché “Green Book” è da Oscar

In Italia è nei cinema da quasi un mese, e non smette di richiamare attenzione, al di là della vittoria (meritata e non pronosticata) agli Oscar di Los Angeles. “Green Book”, ispirato alla storia vera dell’amicizia tra il buttafuori italoamericano Tony “Lip” Vallelunga e il pianista afroamericano Don Shirley, è il classico esempio di film semplice di successo, in una Hollywood che, ultimamente, ha spesso proposto pellicole con trame complicate, da due o tre significati sottointesi. E “film semplice di successo” qui non ha nulla di banale o dispregiativo, perché la fortuna la merita veramente. La trama è oggettivamente intuibilissima e già vista: la storia di un incontro tra due persone diverse in tutto, a partire dal colore della pelle, nell’ambiente ostile dell’America degli anni Sessanta, in quello che appare come il più classico dei road movie. Ma chi l’ha detto che una sceneggiatura “scarna” non sia sufficiente a confezionare un prodotto di qualità? I punti di forza di “Green Book” sono almeno tre.

Dolcezza e potenza Il dubbio sulla banalità della trama viene fugato non appena ci si immerge nella storia: due ore e dieci minuti che corrono velocemente, e un viaggio (il protagonista Tony viene scelto come autista nel tour che il pianista Don decide di fare negli Stati del Sud, sfidando il razzismo) che rivela a poco a poco due anime con delicatezza e potenza allo stesso tempo, tra paesaggi abbacinanti, ricche case coloniche e infimi motel. Il regista riesce a lasciare il tema del razzismo in sottofondo senza sminuirlo troppo, e a far prevalere con eleganza l’evolversi di un rapporto umano prezioso, non privo di scontri, complessità e fantasmi del passato da confessare inevitabilmente.

Gli interpreti La presenza di un tragitto da compiere, se girato con cura, contribuisce già molto alla scorrevolezza di una pellicola, ma è impossibile scollegare la riuscita di “Green Book” dall’interpretazione di Viggo Mortensen, meritatamente nominato come miglior attore protagonista (il compagno di scena Mahershala Alì si è portato a casa la statuetta nella categoria “miglior attore non protagonista”). Imbolsito e verace, tutto brillantina, canottiera bianca e famiglia italoamericana riunita la domenica per un ricco pranzo, il suo Tony è una splendida evoluzione: la vena razzista e il modo di pensare stereotipato si trasformano con l’amicizia sincera nei confronti di Don. Quest’ultimo è l’opposto dell’altro: istruito, ricco, amante dell’arte, ma con il macigno di essere un uomo di colore (seppure benestante) negli Stati Uniti del 1962. La bravura dei due attori dà vita ad un gioco di contrapposizione e scambio reciproco a volte esilarante, ma sempre profondo: la finezza acculturata contro la schiettezza rozza e il “saper vivere”, la rigidità contro la spensieratezza, la timidezza contro la spontaneità quasi imbarazzante. E come regalo finale un’amicizia che arricchisce e migliora entrambi, senza falsa retorica.

L’empatia La bellezza di “Green Book” sta anche nell’essere commedia e dramma insieme, e nell’empatia che provoca allo spettatore. Si scuote la testa, si riflette, si ride a crepapelle e si piange, come nella scena in cui Don, maltrattato dai bianchi nonostante la sua condizione economica e allo stesso tempo rifiutato dagli afroamericani che non lo “riconoscono”, urla disperato: «Se non sono abbastanza nero, abbastanza bianco, abbastanza uomo, allora cosa sono?». Il viaggio arriva al termine, e la cosa quasi dispiace, come nei migliori viaggi che si rivelano epifanie. È anche il pensiero dell’amicizia nuova, allegro e confortante, che rimane dopo aver visto “Green Book”. E una speranza per il futuro che non passa mai di moda.