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Diritto di critica | August 20, 2019

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Il successo de "Il traditore", tra mafia, solitudine e realismo

Il successo de “Il traditore”, tra mafia, solitudine e realismo

Dopo gli applausi di Cannes, undici nomination ai Nastri d’argento, tra cui quelle per il miglior film, miglior regia e miglior attore

Già prima di andare a vedere l’ultima, osannata fatica di Marco Bellocchio ci si pone parecchie domande. Serviva un altro film sulla mafia? Sarà pieno dei classici stereotipi sull’argomento? Con una biografia non si rischia in qualche modo di “esaltare” il personaggio, in questo caso un criminale? Poi però ci si ricorda che è una pellicola di un regista dall’indiscusso talento, e dopo le prime scene, un po’ “classiche” ed inclini a farti concretizzare i dubbi appena elencati, “Il traditore” si scioglie e articola con grazia e violenza assieme.

Un pezzo di storia d’Italia La storia del pentito Tommaso Buscetta, detto “Masino”, contiene molte vite: quella di soldato semplice di Cosa Nostra, quella di latitante in America Latina (“Il boss dei due mondi”), quella di collaboratore di giustizia a cui hanno sterminato gran parte della famiglia e che non si riconosce più nella nuova mafia guidata da Totò Riina («Non sono un pentito», ripeteva continuamente). Il film ci guida, in maniera realistica e priva di giudizio, attraverso un pezzo di storia italiana pieno di dettagli che forse nella memoria iniziavano ad affievolirsi. La spietata guerra tra cosche aizzata dalla fazione più sanguinaria dei corleonesi (centinaia di vittime dal 1981 al 1984), l’emergente traffico internazionale di eroina, il prezioso lavoro a monte dei giudici di Palermo e di Giovanni Falcone: una matassa intricata che Bellocchio riesce a rendere più scorrevole alternando gli aspetti violenti agli altrettanto importanti risvolti processuali.

Locandina film "Il traditore"

La solitudine che istruisce Ma la grande forza de “Il traditore” è nel tratteggio del personaggio, a suo modo tragico e melodrammatico, magistralmente interpretato da Pierfrancesco Favino. Il debole per i vizi e le donne (che riceveva anche nel carcere dell’Ucciardone con il benestare delle guardie, in una scena di dura critica al precedente sistema penitenziario), i racconti di gioventù per dimostrare a Falcone di essere un uomo d’onore e di parola, gli aspetti insomma più “grotteschi” e “bonari” che conosciamo anche attraverso l’utilizzo di flashback, non assolvono Buscetta, ma lo descrivono in toto. Favino rende alla perfezione gli stati d’animo e l’evolversi dei rapporti di “Masino”: in particolare quelli con il giudice Falcone (al quale rilascia 487 pagine di testimonianza), e con il boss Pippo Calò (che credeva un fratello e che invece gli uccide i figli e finge di non conoscerlo). Il filo conduttore, espresso negli sguardi, nelle pause, è la solitudine. La sensazione di angoscia di chi non ha più niente da perdere, ed è solo anche in mezzo agli altri. La cinepresa segue il boss, sin dal periodo in Brasile, gli gira intorno, esprime il senso di pericolo e allerta perenne, tra armi e guardie del corpo. Un’inquietudine che non lo lascerà fino alla fine.

Realismo Nella pellicola di Bellocchio, una produzione internazionale, recita anche Luigi Lo Cascio nel ruolo del pentito Salvatore Contorno. La colonna sonora è di Nicola Piovani. “Il traditore” risulta scorrevole anche dal punto di vista tecnico: pellicola dai colori caldi, inserimenti di grafiche ad effetto che semplificano la comprensione, riprese e primi piani che coinvolgono. Le scene del maxiprocesso, talmente realistiche da sembrare girate in diretta televisiva, sono piene di simboli e dettagli significativi (per esempio un Totò Riina che si fa il segno della croce dietro le sbarre).

Le parole di Bellocchio All’ultimo Festival di Cannes, così il regista emiliano ha descritto il suo protagonista: «Buscetta è un traditore rispetto alle tradizioni e al passato di Cosa Nostra. Non è un eroe, ma è un uomo coraggioso che vuole salvare la propria vita e la propria famiglia. E’ un conservatore, ha nostalgia di una mafia che non esiste più. All’epoca si parlava di un uomo dal forte carattere; era un uomo ignorante, che non aveva studiato, ma era anche orgoglioso, nobile. Queste caratteristiche, unite alla sua teatralità, mi hanno incoraggiato a fare il film». Un film senz’altro da vedere.