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Diritto di critica | November 13, 2019

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Berlino 1989, la fine di un’era. E di una vita nella DDR

Berlino 1989, la fine di un’era. E di una vita nella DDR

Berlino festeggia i 30 anni della fine di un incubo durato 28. Il Muro isolò gli abitanti dell’Est e sconvolse la vita di milioni di tedeschi.

Quel 9 novembre, nella Berlino della DDR, cominciò con un’ordinanza: gli abitanti della Repubblica Democratica Tedesca potevano finalmente compiere viaggi nella Germania dell’Ovest (fino ad allora erano concesse “gite” solo negli altri Paesi comunisti europei). Dopo poche ore, una marea umana scese per le strade e sfondò parte del Muro, con il beneplacito dei soldati di guardia, consegnandosi di fatto alla Storia. Finivano così 40 anni di regime, e per i cittadini berlinesi anche 28 di separazione forzata.

Soldati di guardia e migliaia di berlinesi che si ammassano lungo il Muro di Berlino
La mattina del 9 novembre 1989, lungo una parte del Muro

La frontiera della vergogna I lavori del Muro di Berlino erano iniziati freneticamente nella notte tra il 12 e il 13 agosto del 1961: il governo della DDR doveva frenare l’emigrazione, già notevole negli anni Cinquanta, verso Ovest. Prima semplice filo spinato; poi, in vari interventi, mura di cemento armato rinforzato profonde fino a due metri e lunghe ben 155 chilometri, spesso doppie, separate da terre di nessuno (le “strisce della morte”). Decine di berlinesi dell’Est provarono senza successo a passare dall’altra parte, perdendo la vita. Con il Muro duecento strade si trasformarono in vicoli ciechi, vennero interrotte 11 linee di metropolitana e 62mila pendolari che ogni giorno andavano a lavorare da una parte all’altra persero il posto.

La vita surreale Seguendo rigorosamente il motto “Lavorare socialista, imparare socialista, vivere socialista”, nella DDR lo Stato ha controllato per decenni la vita dei suoi 16 milioni di abitanti, in tutti gli aspetti: lavoro, sport, tempo libero, consumi, e dopo il Muro anche gli spostamenti. Un vero e proprio mondo a parte, autosufficiente, tenuto faticosamente insieme con la propaganda contro l’Ovest e il suo traviante benessere, e con il terrore diffuso dalla Stasi, il servizio segreto del regime. Per uomini e donne il compito principale era quello di lavorare per l’efficienza della Repubblica; per bambini e ragazzi quello di prepararsi ad essere una futura classe dirigente capace di competere con quelle occidentali. Come una madre troppo apprensiva, lo Stato si occupava in toto della vita dei suoi “figli”, inquadrandoli dai 6 ai 25 anni in organizzazioni e gruppi che partecipavano a competizioni sportive, parate in divisa, festival e brevi gite d’istruzione.

Alexander Platz durante la DDR
Alexander Platz negli anni Settanta

Tutto “Made in DDR” Casa, spesa, abbigliamento, televisione, perfino dischi e libri: tutto era di proprietà statale, ogni bene veniva prodotto nella DDR o al massimo nei Paesi dell’est. Ne è simbolo la Trabant, l’utilitaria in serie alla quale ogni berlinese orientale poteva aspirare dopo anni di liste d’attesa. Sempre e comunque, il diktat era quello di non cedere alla vanità dei beni di consumo tanto sbandierati in Occidente. Quindi sugli scaffali dei market statali (i “Centrum”) si trovavano decine di prodotti a buon prezzo che imitavano quelli venduti a Berlino Ovest e avevano nomi rigorosamente tedeschi: tra gli altri la birra, i wurstel, la krusta (l’equivalente della pizza), e la Club Cola, che ricordava anche nella bottiglia la bibita americana. Spesso però mancavano cibi nutrienti come carne, frutta o verdura. Le banane, per esempio, arrivavano sui banchi dei supermercati solo a Natale: alla caduta del Muro, il consumo di questo frutto a Berlino Est e in tutta la ex DDR raddoppiò rispetto a quello dei tedeschi dell’Ovest.

Il market statale "Centrum" di Alexander Platz
Il market statale “Centrum” di Alexander Platz

Il nemico in casa In parte ancora ben riconoscibili nell’architettura della città, gli appartamenti dei berlinesi dell’Est sono un altro triste emblema dell’epoca. Dal 1971 vennero costruite rapidamente decine di giganteschi palazzi, tutti uguali, grigi ed anonimi. Solo all’interno, le famiglie arredavano le abitazioni con carta da parati a fiori e qualche oggetto personale, per avere l’illusione di essere padroni almeno della propria casa (in realtà, spesso la Stasi controllava i telefoni e perfino le antenne delle televisioni, per verificare chi guardasse programmi dell’ovest). Alla tv le reti della Repubblica alternavano vecchi film a discorsi e conferenze intere del Partito comunista, ma si potevano trovare anche qualche show e il “Der Schwarze Kanal”, l’appuntamento fisso del lunedì, durante il quale si passava in rassegna e si criticava con sarcasmo tutto quello che veniva trasmesso sui canali della Germania dell’Ovest. 

Interno di appartamento, Museo della DDR, Berlino
Interno di appartamento, Museo della DDR, Berlino
(Pinterest)

Fine di un’era Nei giorni successivi alla caduta del Muro, i berlinesi dell’Est (e poi tutti i tedeschi della Germania orientale) esultarono nel vedere, finalmente non di nascosto, la tv dell’Ovest, i supermercati riforniti di tutto, la Coca Cola originale e l’ultimo modello dei jeans Levi’s. Rimettere piede nel mondo occidentale, abbandonando quello surreale della DDR, per molti fu uno shock, una sensazione mista di gioia, stupore, rabbia e spaesamento. Finiva un’era sconvolgente e ne iniziava un’altra, in un Paese riunito e potente, con tutte le difficoltà che il cambiamento comportava. Ma quel Muro caduto significava e significa ancora libertà, diritto a sperare in un futuro migliore, nonostante i paradossi e le diseguaglianze delle democrazie.

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