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Diritto di critica | October 25, 2020

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Elezioni e referendum: la frenata di Salvini, la scommessa di Zingaretti

Elezioni e referendum: la frenata di Salvini, la scommessa di Zingaretti

Tre a tre. Si conclude così la prima tornata elettorale dell’era Covid. Ad eccezione della Valle d’Aosta che vede la Lega in vantaggio ma con il rischio di finire all’opposizione, delle sei regioni a statuto ordinario dove si è votato è finita con un sostanziale pareggio. Un pareggio che però non è in grado di descrivere la situazione politica in Italia. Nessuno può realmente cantar vittoria. Vincono solo i presidenti di Veneto e Campania che trionfano praticamente da soli. Luca Zaia prende il 77% dei voti, De Luca si attesta “solo” al 69%. Due uomini forti, due leader locali che non hanno e forse non avranno una prospettiva nazionale ma che rappresentano la “leaderalizzazione” della politica italiana. “Ti voto perché sei simpatico”, “Ti voto perché hai carisma”. Questo è il segreto del loro successo. Poi certamente ci saranno anche elementi politici, ma che inevitabilmente passano in secondo piano. E se sono di destra o di sinistra poco, pochissimo, conta.

A livello nazionale Nicola Zingaretti è l’unico leader al quale – in qualche modo – si può accostare la parola “vittoria”, spesso criticato prima del voto dai suoi stessi compagni di partito. Poteva essere una debacle (un pronosticato 5 a 1 con la Toscana che vira incredibilmente a destra), invece il Pd ha sostanzialmente tenuto. Un piccolo successo per Zingaretti che consente alla sua segreteria di andare avanti e zittisce – per ora – le ipotesi di uno Stefano Bonaccini pronto a prendere il suo posto. Ma, finita l’emergenza Coronavirus, il Pd, guidato dal presidente della Regione Lazio, all’interno di una coalizione di governo che tira ora un sospiro di sollievo, dovrà fare i conti con gli aspetti progettuali e strategici non di partito, ma del Paese con l’arrivo dei fondi Ue. E di strategie efficaci all’orizzonte non se ne vedono.

Il primo vero sconfitto è Matteo Salvini. Inutile confrontare i dati relativi alle precedenti elezioni regionali di cinque anni fa. La sua forza sta lentamente scemando rispetto allo scorso anno. La “Bestia” non ha più presa dopo che i migranti sono passati in secondo piano. Se è vero che la Lega è ancora primo partito, vede erodere il suo consenso soprattutto da Fratelli d’Italia, guidato da una stranamente silente Giorgia Meloni. Mentre Forza Italia resta a guardare.

l voto utile ha schiacciato Matteo Renzi con il suo candidato Ivan Scalfarotto in Puglia. L’ex sindaco di Firenze, ora deve capire cosa vuole fare da grande. Italia Viva è un brand che non funziona. O forse è lui a non far più presa, nemmeno su quel nocciolo duro di fedelissimi. Forse è ora di ritornare nel Pd e di provare, se ne avrà le forze, a contendere la leadership. È forse vero che senza partito in Italia non si va lontano. A meno che non ti chiami De Luca o Zaia.

Anche i 5 Stelle sono stati sconfitti in queste elezioni regionali: nessuna regione conquistata e soprattutto la difficoltà da parte dei candidati a racimolare più del 10% delle preferenze. Non a caso lo stesso Luigi Di Maio ha cercato di sviare l’attenzione del proprio elettorato sul successo ottenuto con il Referendum. Ma è subito arrivato Alessandro Di Battista a ricordare che “questa è stata la più grande sconfitta del Movimento”.

Il successo del Sì al referendum è il successo dell’anti-politica. Un messaggio chiaro e semplice: “tagliamo i parlamentari”. Nulla a che vedere con i due tentativi precedenti, quelli di Berlusconi e Renzi. Al di là di essere o meno d’accordo con le due riforme poi bocciate, bisogna dare atto che si trattava di riforme organiche. Questa no. Agli italiani piace il messaggio semplice. A Roma, per esempio, vince il No solo nel I e nel II municipio, cioè nelle zone più ricche della città. Ricche, non necessariamente più istruite. Questo può significare che dove è più difficile trovare lavoro, dove meno soldi girano e arrivare a fine mese non è affatto semplice, vince il desiderio di “tagliare”. Quasi una vendetta verso “la casta”. Perché se è vero che il Movimento dei grillini precipita e rischia di diventare il quarto partito in Italia, l’Italia si è fortemente grillinizzata. Poco importa che si riduca la rappresentanza. Poco importa che questa riforma non migliorerà affatto il funzionamento del Parlamento italiano. Ma la vendetta ora è compiuta. E la colpa non è del popolo italiano, ma di una politica che sa sì dare risposte convincenti a parole, ma mai con i fatti.

Una grande responsabilità ora è in capo al Pd di Zingaretti il quale dovrà aprire una nuova stagione di riforme per bilanciare il taglio netto dei parlamentari, senza che sia stato modificato il bicameralismo perfetto e cambiata la modalità d’elezione del Presidente della Repubblica che vede ora una maggiore forza dei delegati regionali rispetto ai parlamentari durante la seduta comune. Se non vuole un giorno essere ricordato solo per aver aperto il recinto del populismo, deve prendere per mano il governo e dialogare con l’opposizione. Ma sarà difficile.

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