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Diritto di critica | May 16, 2022

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In guerra per l’Artico - Diritto di critica

In guerra per l’Artico

Negli ultimi decenni il Polo Nord è diventato oggetto di una crescente attenzione da parte della Comunità Internazionale, in ragione delle rilevanti ricchezze naturali che hanno attirato gli interessi di diversi stati. L’Artico ha iniziato quindi ad essere soggetto ad una costante militarizzazione conseguente alla corsa per la sua conquista. Nell’ultimo anno, i principali paesi che si affacciano nel circolo polare hanno annunciato l’avvio di una considerevole espansione del loro potenziale militare nel Polo. Anche il nuovo Segretario Generale della NATO, Andres Fogh Rasmussen, ha dichiarato, a settembre, la sua intenzione di aumentare il ruolo dell’Alleanza nella regione.

Si sciolgono i ghiacci, riemergono i “tesori”. E’ chiaro che gli Stati artici desiderano estendere la loro sovranità a queste acque contese viste le nuove ricchezze che il riscaldamento globale sta facendo scoprire. Prima di tutto lo scioglimento dei ghiacci permetterà la nascita di nuove ed efficienti rotte commerciali. La distanza da Shanghai al New Jersey, per esempio, sarà più veloce da percorrere rispetto a quella che passa attraverso il Canale di Panama. Si tratterebbe di nuove rotte che limiterebbero il traffico del Canale di Suez, di Panama e dello Stretto di Malacca ed eviterebbero inoltre di attraversare regioni politicamente instabili come quelle mediorientali, scongiurando i possibili attacchi dei pirati del Corno d’Africa. Ma l’Artico è soprattutto ricco di risorse naturali. La regione possiede circa il 13% del petrolio e il 30% dei gas naturali ancora non scoperti. Oltre alle risorse energetiche, è anche una grande fonte di pesce e di metalli preziosi. Inoltre, gli invertebrati che vivono nel Polo Nord rappresentano preziose risorse per il settore chimico e farmaceutico essendo utilizzati per la produzione di analgesici e altri tipi di medicine.

Nuove ricchezze, nuovi conflitti. La scoperta di nuovi tesori comporta l’inizio di nuove dispute. Le ricchezze dell’Artico lo hanno reso terra di conquista e per farlo, i cinque stati costieri del Mar Glaciale Artico (Stati Uniti, Canada, Norvegia, Danimarca tramite la Groenlandia e Russia) con la Dichiarazione di Ilulissat del 2008, hanno deciso di escludere la necessità dell’elaborazione di un regime ad hoc per l’Artico e di applicare le disposizioni di Diritto Internazionale, in modo particolare la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982. Con questa soluzione è possibile applicare gli istituti della piattaforma continentale e della zona economica esclusiva che comportano l’estensione della propria sfera di sovranità, permettendo lo sfruttamento delle risorse naturali. Non sono mancati casi di sovrapposizione delle pretese, come nel caso della Russia e della Norvegia che si sono rivolte alle Nazioni Unite per ottenere l’accertamento della fondatezza delle loro rivendicazioni sul margine esterno della piattaforma. I due Stati sono riusciti a risolvere la loro disputa nel mese di settembre di quest’anno, trovando un accordo per lo sfruttamento delle risorse energetiche nell’Artico. L’accordo riguarda un territorio che si estende su una superficie di oltre 175mila kmq nel mare di Barents. Ma contrasti persistono tra Russia e Canada che si contendono la dorsale di Lomonosov (una catena montuosa sottomarina), considerandola entrambi il prolungamento naturale delle rispettive placche continentali. La Russia si era rivolta alle Nazioni Unite già nel 2001 per far prevalere le proprie pretese e nel 2007 aveva compiuto un eclatante atto dimostrativo attraverso la spedizione di due sottomarini che avevano piantato la bandiera russa ad oltre 4.200 metri di profondità in un punto della dorsale contesa. Sia Canada che Russia continuano ad inviare spedizioni esplorative condotte da geologi ed esperti per ottenere nuove documentazioni da sottoporre all’ONU. Il vincitore otterrà il diritto di sfruttare una superficie di oltre un milione di kmq ricca di gas, petrolio e altre risorse naturali.

La rottura degli equilibri politici e l’intervento della NATO. Lo scioglimento dei ghiacci comporta anche la rottura degli equilibri tra i Paesi dell’Artico. La preoccupazione che una simile situazione possa portare ad un conflitto è effettiva ed è stata espressa dalla NATO nel Programma Scienza per la Pace e la Sicurezza che ha condotto, nell’autunno di quest’anno, ad un incontro sui problemi di sicurezza internazionale legati al cambiamento climatico. La Federazione Russa ha grandi progetti riguardanti l’Artico, tra questi anche la costruzione di una stazione nucleare galleggiante per l’estrazione del petrolio. Il timore che questi progetti possano essere ostacolati, ha spinto questo Paese a far conoscere, tramite il ministro degli Affari Esteri, Sergey Lavrov, il proprio disaccordo circa “l’intromissione” della NATO nella soluzione della controversia per la spartizione dell’Artico. La crescente tensione è anche dimostrata dai continui test militari condotti dalla marina militare russa che il 5 dicembre ha provato, con successo, il missile balistico intercontinentale Bulava lanciato dal nuovo sottomarino “Yury Dolgoruky”.

I rischi ambientali. I rischi ambientali sono concreti. Il surriscaldamento globale è causa di notevoli problemi per l’ecosistema artico. Ad essi si aggiungeranno quelli di un prossimo ed intenso sviluppo del turismo. Attualmente però le preoccupazioni delle organizzazioni ambientaliste si concentrano sullo sfruttamento del petrolio ed i possibili incidenti che potrebbero verificarsi. Se nell’Artico si ripetesse un disastro come quello della “marea nera” che lo scorso anno ha colpito il Golfo del Messico, significherebbe la sua completa distruzione. Grande attenzione è rivolta anche nei confronti delle navi che trasportano materiale nucleare. Queste, partendo dalla Polonia e dirette verso il porto russo di Murmansk, devono affrontare le ostilità del Mare Artico che aumentano notevolmente i rischi di naufragio.

La delicatezza del particolare ecosistema del Polo Nord dovrebbe essere tenuta sempre in considerazione dalle compagnie petrolifere e dalle nazioni del circolo Artico. Questa volta è assolutamente necessario dare la priorità al rispetto dell’ambiente sugli interessi economici.

Comments

  1. emmegrazia

    nihil mutatur neque mutabitur: non ci si preoccupa dello squilibrio climatico o degli ecosistemi che andranno alla deriva, ma sempre e comunque di crescita commerci e dunque guerre :è retorico, lo so…ma chi ce la fa a invertire la rotta?

  2. Piero Iannelli

    .Mi permetto di intervenire in virtù del “DIRITTO DI CRITICA”.
    Bene, nessun riscaldamento globale.
    Niente catastrofi imminenti.. i ghiacci non si sciolgono, i mari non si muovono di un millimetro, anzi in Europa scendono.

    Dunque solo una bufala ?
    Un antico proverbio suona così:”cui prodest scelus, is fecit”,
    “colui al quale il crimine porta vantaggi, egli l’ha compiuto”.

    Vi faccio presente che il Telegraph parla di SESSANTA MILIORDI di dollari solo per il “WWF” e company.

    Per la nostra LEGAMBIENTE parliamo “solo” di centinaia di milioni di euro.

    Dunque dietro si muovono complessivamente migliaia di miliardi di dollari.

    Ne approfitto e concludo con il disastro ambientale della Exxon Valdez

    PETROLIERA
    Il peggiore disastro ambientale prima del Golfo del Messico. Eugene Mc Brayer, anch’egli presidente del Wwf America statunitense e della Exxon Chemical, proprietaria della nave Exxon Valdez, che nel 1990 riversò in mare 40 milioni di tonnellate di greggio, che avvelenarono 36000 uccelli migratori e contaminarono 1600 chilometri di costa.

    La verità è che le grandi compagnie petrolifere sono controllate dalle stesse persone che finanziano i movimenti ambientalisti attraverso fondazioni esenti da tasse.

    Qui un mio art. dettagliato con i link riguardo quanto sopra:
    http://www.pieroiannelli.com/?p=8

    Ovvio libera critica a chi volesse contestare o aggiungere qualcosa.

    Cordialmente.

    Piero Iannelli