Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Diritto di critica | January 29, 2022

Scroll to top

Top

Magre da morire - Diritto di critica

Magre da morire

Isabelle Caro, 28 anni, modella. Il suo nome non è però associato alle passerelle che aveva calcato o agli abiti che aveva indossato: è un nome legato alle foto di una donna scheletrica, scavata, col volto sciupato di una vecchia e gli occhi infossati. Era lei la modella che aveva posato nuda e senza ritocchi per la campagna pubblicitaria anti anoressia del fotografo Oliviero Toscani per la marca Nolita: all’epoca la Caro pesava 31 kg per 1,65 m di altezza.

Ed è stata sempre l’anoressia a stroncarla, lo scorso 17 novembre a Tokio, sebbene la notizia sia stata resa nota soltanto nei giorni scorsi. Nel 2006 aveva raggiunto il peso-limite di 25 kg ed era finita in coma, poi era cominciata la risalita per uscire dall’incubo, che l’aveva spinta a posare per Toscani. Una ‘soluzione’ che doveva funzionare come terapia: « Queste foto sono un orrore. – aveva detto, quando sulla campagna pubblicitaria erano fioccate le critiche perché ritenuta troppo scioccante – Ho accettato di partecipare per avvisare le ragazze giovani, mostrando loro i pericoli dei regimi, i dettami della moda e le devastazioni dell’anoressia». Nel 2008 aveva anche scritto un libro, La bambina che non voleva crescere, per raccontare la sua esperienza: l’infanzia con la madre depressa, l’anoressia iniziata all’età di 12 anni, la lotta continua contro la morte.  Lotta dalla quale però non è uscita vittoriosa: nonostante l’annuncio, all’inizio dello scorso anno, di essere riuscita a raggiungere il peso di 42 kg, a novembre era stata ricoverata per complicazioni polmonarie alle quali non è sopravvissuta.

Ma Isabelle Caro non è la prima modella uccisa dall’eccessiva magrezza: nel 2006, a distanza di pochi mesi l’una dall’altra, erano morte le giovani top model Luisel Ramos, Ana Carolina Reston e Ana Sobrado Casalle. Nomi che devono la loro notorietà al macabro primato di una vita stroncata dall’anoressia a soli 21 anni. A seguito di questo scandalo erano state varate regole precise sulla salute delle modelle in numerosi paesi europei, Italia compresa, dove era stato proposto un Codice di Autoregolamentazione della Moda sotto il significativo nome di Manifesto: non solo principi astratti, ma anche provvedimenti concreti quali la presentazione di un certificato di sanità psicofisica da parte delle giovani e il divieto di sfilare per modelle  più giovani dei sedici anni e con un indice di massa corporea inferiore a 18 (il valore al di sotto del quale, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, si supera la soglia della malnutrizione).

A questa causa si sono votate negli anni anche diverse attrici di Hollywood, tra cui Cameron Diaz e Kate Winslet, che da tempo lottano contro l’eccessiva magrezza anche sotto i riflettori cinematografici, mentre al Manifesto hanno aderito numerosi stilisti, per rilanciare modelli femminili armonici e sani, non basati tanto sulla taglia ma sulla proporzione del corpo nel suo insieme. Ideali, questi, condivisi all’unanimità da quanti nel mondo della moda operano e lavorano, e che hanno apparentemente tentato di abolire il canone di bellezza rappresentato dalle modelle-grissino.

Ma solo di ideali pare trattarsi. Perché proprio quando la morte di Isabelle Caro porta di nuovo alla ribalta il problema dell’anoressia nel mondo della moda mondiale, torna a far discutere il provvedimento della Camera della Moda di Milano, che a settembre aveva escluso dalla Settimana della Moda milanese il brand Elena Mirò, icona della moda per le taglie cosiddette‘forti’, dalla 44 in su. La motivazione ufficiale per l’esclusione era stata che la linea di abbigliamento over 44 non rappresentava il prêt-à-porter: inutile specificare che oltre il 30 % delle donne italiane indossi una taglia superiore alla 42.

Durante la stessa Settimana della Moda, alcune ‘sentinelle’ ingaggiate dall’Assessorato alla salute del Comune di Milano avevano inoltre identificato almeno due ragazze al limite dell’anoressia. «Non voglio censurare nulla – aveva sottolineato l’assessore Giampaolo Landi di Chiavenna – ma solo contestare quei casi di magrezza patologica, che non hanno niente a che vedere con l’eleganza, ma hanno solo un potere nocivo sulle giovanissime, che potrebbero vedere in loro un modello pericoloso da seguire».

Il problema non si limita però solo all’Italia. I primi di dicembre si è infatti concluso in America il celebre programma America’s Next Top Model, che ha visto come vincitrice la magrissima diciannovenne Ann Ward. Già prima della trasmissione, uno dei giurati aveva espresso dubbi sulla sua eccessiva magrezza (45 kg per 1,88 metri di altezza) perché cingendole la vita con le mani era possibile toccarsi le dita.  La vittoria  della ragazza è stata quindi duramente contestata da chi da anni si batte perché la moda riconosca modelli più sani e da chi vede nella Ward il classico esempio di icona di bellezza dannosa.

Non è più possibile negare infatti lo stretto legame che negli ultimi anni si è creato tra modelli proposti dalla moda e aumento dell’anoressia tra le giovani: in parte problema psicologico, incapacità di accettarsi, insicurezza, ma in parte anche sbagliate influenze sociali e mediatiche, di cui la Caro e le sue tristemente famose colleghe sono diventate il macabro simbolo.  Un esempio? Nelle culture in cui le donne troppo magre non sono apprezzate, come in certi ambienti arabi tradizionalisti, l’anoressia non esiste, mentre qui, nei paesi occidentali e ‘civili’, è ancora possibile uccidersi di fame in nome della bellezza. E sono ancora pochi quelli che si permettono di dire ad alta voce  che non è bellezza ma malattia quella per cui queste ragazze muoiono.

Comments