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Diritto di critica | September 20, 2021

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La repressione in Siria che imbarazza l'Occidente - Diritto di critica

Il 25 aprile 2011 è il giorno in cui il Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi comunica a Barack Obama che l’aeronautica militare italiana prenderà parte ad “azioni aeree mirate in Libia”, e il giorno in cui la Casa Bianca fa trapelare l’intenzione di valutare “sanzioni selettive” per la Siria, in seguito all’utilizzo da parte del presidente Assad di mezzi corazzati a Daraa, contro la stessa popolazione siriana.

Due svolte cruciali che la storia cronologicamente accosta, smascherando impietosamente l’antica ipocrisia occidentale del metodo “due pesi e due misure” nelle scelte di politica estera. Da un lato, trovano esito le pressioni NATO sull’alleato italiano affinché accresca l’arsenale europeo necessario a quell’operazione fortemente voluta dai francesi e rapidamente accordata dal resto della comunità internazionale sulla scorta emotiva della sanguinaria repressione di Gheddafi. Dall’altro, soltanto le immagini dei carri e dell’esercito siriani, pronti a far fuoco sulla popolazione di Daraa, e il conto dei morti giunto a 400 civili spingono Washington a condannare le “brutali violenze” e a considerare la possibilità di nuove sanzioni mirate verso la Siria della famiglia Assad, dopo oltre un mese di repressione. In entrambi i casi, si tratta di regimi dall’indubbio disprezzo della democrazia e dei diritti umani. Al tempo stesso, i civili siriani appaiono in pericolo tanto quanto quelli libici lo scorso marzo.

CASI DIFFERENTI – Eppure, l’amministrazione americana chiarisce che i due casi sono differenti e il presidente Obama non ha ancora pubblicamente delegittimato la leadership di Assad, come fece con Mubarak e Gheddafi. Si preferisce percorrere per quanto possibile la via diplomatica, con l’aiuto indispensabile della Turchia e di Israele – entrambi i paesi poco propensi al regime change in Siria –  prima di approdare eventualmente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove si prospetta ancora una volta una dura contrattazione con Cina e Russia per evitare il loro veto in caso di una risoluzione più decisa.

Ma dove sta il motivo di tanta cautela nei confronti del giovane Assad? E’ bene smontare la solita vecchia spiegazione delle risorse energetiche, subito rispolverata per l’occasione, ma che nel caso della Siria appare fragile per due ordini di motivi. Innanzitutto, l’oro nero potrebbe avere avuto minor peso di quel che si immagini nell’interventismo occidentale contro Gheddafi. Se è vero che la Libia è ricca di gas e petrolio della migliore qualità, è anche vero che da tempo le relazioni economiche tra Gheddafi e i paesi a capo della coalizione, a cominciare dall’Italia, erano stretti. A tal punto da rendere poco sensato l’immane spreco di risorse economiche necessarie a una guerra dalla portata così poco prevedibile. A confermare la scarsa convenienza dell’instabilità nordafricana, le parole dell’ad di Eni Paolo Scaroni, che a parlato di una “perdita di produzione importante”: si è passati dai 280 mila barili al giorno prodotti dall’Eni,ai 50-60 mila barili di oggi. E più di un osservatore ha fatto notare che l’intervento libico sembrava esser stato guidato da una certa avventatezza e irrazionalità di fondo – non ultimo l’analista Edward Luttwak, che ha definito persino “frivolo e arbitrario” il meccanismo su cui si fonda l’interventismo.

IL PESO DELLA SIRIA – In secondo luogo, affermare che l’occidente non agisca con durezza perché in Siria mancano le motivazioni di ordine economico che esistono in Libia, equivale a dire che agli occhi dei governi occidentali la Siria sia poco importante. Non è così. La Siria ha un peso politico cruciale nel delicato sistema di pesi e contrappesi mediorientale, e un’importanza per molti versi superiore a quella della stessa Libia. L’esito dell’insurrezione siriana nasconde risvolti in alcune delle questioni più spinose del Medio Oriente. A cominciare dal futuro politico del confinante Iraq, il cui esito non può prescindere dall’influenza dei suoi vicini – Turchia e Arabia Saudita da una parte, ma Iran e Siria dall’altra – e dall’intenzione americana di disimpegnarsi con le maggiori garanzie possibili. La Siria, inoltre, ha un ruolo di non poco conto sia nella politica del Libano che in qualunque trattativa di pace in Palestina, anche in virtù dei suoi forti legami con i poteri sciiti dell’area: seppur Assad e Ahmadinejad non possano propriamente considerarsi alleati, Damasco è l’unico governo regionale a non trattare l’Iran come un avversario, e conserva crediti sia verso Hezbollah in Libano che Hamas a Gaza.

FUTURO INCERTO – Se l’Unione Europea sembra curarsi poco dell’importanza di avere la Siria dalla propria parte, gli Stati Uniti ne sono perfettamente consapevoli. La riluttanza di Obama a muoversi con decisione verso un regime change siriano deriva proprio dal ruolo politico centrale di Damasco, e dalla paura di chi potrebbe venire dopo Assad. Dal discorso del Cairo, Obama ha speso molte energie per riavvicinare la diplomazia siriana a quella americana e qualche mese fa è riuscito a riportare un ambasciatore americano a Damasco. Anche buona parte della politica israeliana considera Assad un interlocutore piuttosto affidabile, e lo stesso vale per Arabia Saudita e Turchia. Non è per nulla semplice, invece, capire cosa potrebbe accadere se Assad si facesse da parte. In fin dei conti  il partito Baath è sempre stato utile a frenare le influenze islamiste in Siria, mentre l’Egitto e la Libia hanno insegnato che le rivolte popolari e l’autodeterminazione dei popoli arabi non sempre sono un bene per gli interessi dell’occidente. Ancora una volta, però, le grandi potenze occidentali potrebbero lasciarsi trascinare dagli eventi della storia. E prendere decisioni che non avrebbero voluto prendere.

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