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Diritto di critica | August 5, 2021

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Va in pensione l'ultima macchina per scrivere, nel mondo non se ne produrranno più - Diritto di critica

Va in pensione l’ultima macchina per scrivere, nel mondo non se ne produrranno più

Per 150 anni è sempre stata lì, appoggiata su scrivanie invase da volumi, fogli appena scarabocchiati e pensieri disordinati. Accanto un posacenere traboccante di sigarette. Qualche macchia d’inchiostro sui suoi tasti e quel rumore inconfondibile che cuciva pensieri sulla carta. La Storia è stata scritta così, da mani leggendarie, da schiene curve e occhi fissi sulla complessità del mondo. Poi la fine: la esporranno i musei. Ne parleranno i libri di storia. Farà impazzire i collezionisti. E qualche nonno nostalgico racconterà con entusiasmo ai suoi nipoti di quell’attrezzo rivoluzionario con cui “i grandi” hanno fermato la realtà su un foglio bianco.  La macchina da scrivere non esiste più, o meglio, da oggi nessuno ne realizzerà di nuove: l’ultima azienda produttrice ha definitivamente chiuso i battenti, lasciando ai posteri la leggenda del ticchettio che componeva racconti.

La Godrej and Boyce di Mumbai ha firmato la resa: “Dall’inizio del 2000, i computer hanno cominciato a dominare. Tutte le fabbriche di macchine da scrivere hanno fermato la produzione, tranne noi. – racconta il manager dell’azienda indiana, Milind Dukle – All’inizio degli anni Novanta, producevamo 50.000 pezzi all’anno. Fino al 2009, ne producevamo da 10.000 a 12.000. L’anno scorso però, ne abbiamo vendute meno di 800”. Nei magazzini dell’azienda restano 200 macchine invendute e tanta malinconia.

È stata compagna fedele di vite straordinarie, simbolo di un’esistenza spesa ad incastrare idee, perché non si poteva essere giornalisti o scrittori senza averne una. Inventata nel 1846 da Giuseppe Ravizza, aveva lo scopo di aiutare i ciechi nella scrittura. Ha raccolto il garbo incisivo di Montanelli, la sensibilità pungente della Fallaci, la letteraria, violenta gioventù di Pasolini e l’immortale raffinatezza di Hemingway. Senza ornamenti, attraverso la semplicità di una forma che traeva efficacia dalla grandezza della sua essenza. Soppiantata dalla tecnologia, ha subito un declino lento ma inesorabile, destinata a finire reclusa in una teca impolverata dal tempo. È ancora oggi impressa nella memoria, presente in tutte le foto che contano: Olivetti, Remington o Underwood legate ad un’epoca in cui la realtà arrivava dritta sulla carta, senza filtri, senza schermi di circostanza.

C’è chi a buttarla non ci pensa proprio: scrittori eterni romantici, incapaci di comporre davanti ad un computer, tradizionalisti e amanti del passato. C’è chi la tiene gelosamente custodita in un angolo della casa, tra scaffali e vecchi ricordi e magari la rispolvera ogni tanto, per non perdere il legame con ciò che eravamo. C’è chi l’ha da tempo sostituita con i nuovi marchingegni digitali.

Per tutti la macchina da scrivere resta un pezzo di storia. Ferma nel pensiero su quella scrivania, tra volumi, fogli e sigarette spente, simbolo di una creatività passata, ma immortale. Oggi come ieri, anche se non se ne produrranno più.

 

Comments

  1. Marco Sisi

    Cara Veronica, il pezzo è bello…
    Saluti.
    Marco

  2. Mattia

    Che vuoi farci, è il progresso.
    Qualche vittima la fa sempre.

  3. Sergio

    un pezzo di ognuno di noi—
    un ricordo—
    il suono del battito dei tasti—
    la correzione con il bianchetto—
    le righe storte—
    le sottolineature e gli stampatelli—

    belle emozioni

    grazie di questo articolo,
    Sergio