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Diritto di critica | January 29, 2022

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11 settembre 2011, l'America dieci anni dopo - Diritto di critica

L’EDITORIALE – Il silenzio, lo stupore, l’incredulità, la curiosità di fronte a quelle immagini che venivano trasmesse ripetutamente in televisione. Una mattina di 10 anni fa L’Italia tutta era lì, di fronte ad una tv. Negli occhi le immagini del crollo delle Torri Gemelle. Uno dei simboli degli Stati Uniti si sgretolava senza che nessuno capisse il perché e come fosse stato possibile. Era l’11 settembre 2001. L’inizio di una nuova era.

L’attentato alle Twin Towers ha scioccato il mondo e messo in ginocchio l’autostima degli Stati Uniti che fino ad allora si consideravano intoccabili. Non hanno mai conosciuto né guerre né attentati sul suolo nazionale, fatta salva Pearl Harbor. Scampato il pericolo con la Crisi di Cuba, gli Statunitensi credevano che a casa potessero ritenersi al riparo da qualsiasi rischio e da lì gestire l’ordine internazionale. L’attentato al World Trade Center ha dimostrato il contrario. Da allora è iniziata una guerra contro un nemico nuovo o quasi: il Terrorismo.

Come combattere contro un nemico che è ovunque e da nessuna parte? Che è invisibile e non conosce campi di battaglia? Se gli Americani danno sempre un nome al proprio nemico (fenomeni atmosferici compresi) perché così sembra faccia meno paura, questa volta non sapevano come fare. È stato l’inizio delle guerre in Afghanistan e in Iraq che hanno segnato una svolta nella politica estera statunitense, cambiato gli equilibri internazionali, incrementato la tensione e messo alla prova la superpotenza americana. Tutti sono stati coinvolti. Per la prima volta la NATO ha partecipato ad una missione internazionale ovvero “fuori area”. Così, proprio mentre si discuteva su quale fosse il motivo della sua esistenza finita la guerra fredda, l’Alleanza riprendeva vita. La NATO è riuscita per poco a superare il test in Afghanistan affrontando una prova decisiva in Libia che ha messo definitivamente in luce le debolezze dell’organizzazione mandata avanti soprattutto dagli Stati Uniti che lamentano il peso che l’Europa rappresenta. 137mila civili sono stati uccisi in Afghanistan, Iraq e Pakistan. Più di sette milioni i rifugiati di questi paesi. Il costo di queste guerre per gli Stati Uniti ammonta a quattro trilioni di dollari che corrispondono al deficit nazionale degli anni che vanno dal 2005 al 2010. Queste scelte hanno intrappolato gli Stati Uniti in una serie di piccole ma costose guerre e hanno determinato una radicalizzazione del mondo islamico.

A dieci anni di distanza, l’attentato dell’11 settembre 2001 lascia ancora numerose domande senza risposta. Una caccia all’uomo che è terminata nel maggio di quest’anno con la cattura di Osama Bin Laden che di fatto, se non dal punto di vista mediatico, ha cambiato poco e niente. Così nuove teorie ed ipotesi crescono intorno a ciò che è successo dieci anni fa a New York e che neanche Wikileaks è riuscita a chiarire del tutto. C’è chi ritiene che l’attentato sia stato organizzato dagli stessi americani, chi invece sostiene che siano stati i russi, colpevoli mai accusati per evitare una terza guerra mondiale ingestibile.

Secondo un sondaggio condotto nell’ambito del Pew Global Attitudes Projectè è risultato che la maggioranza dei musulmani ancora si rifiuta di credere che gli attentati dell’11 settembre siano stati di origine araba. Tutto ciò ha però generato un forte odio nei confronti degli occidentali. Diversi sondaggi hanno mostrato come con l’amministrazione Obama la situazione sia addirittura peggiorata rispetto alla presidenza di Bush: gli attentati alla metropolitana di Londra del 2005 e la sparatoria a Fort Hood in Texas nel 2009 hanno infatti dimostrato come gli attentatori fossero sempre cittadini occidentali sebbene di origine straniera. L’atmosfera di tensione ha quindi dato il via ad una forte intolleranza nei confronti dei musulmani che vivono in Occidente. Spesso il presidente Bush ha dovuto ricordare che non stavano lottando contro l’Islam. Questo aspetto invece è stato meno curato dai Repubblicani di oggi. L’esempio più eclatante è Newt Gingrich, in corsa per le presidenziali del 2012, protagonista di una intensa campagna per fermare la costruzione di un centro islamico e di una moschea a Manhattan.

La verità è che oggi l’agenda politica statunitense non ha più al primo posto la lotta al terrorismo ma la sicurezza, quella economica. È la crisi finanziaria del 2008 e la conseguente recessione che oggi più del terrorismo preoccupa la popolazione americana. Se fino adesso le elezioni per la presidenza degli Stati Uniti sono state giocate intorno alla causa della “guerra contro il terrorismo” quelle del 2012 si concentreranno sul problema della disoccupazione e del debito pubblico. Gli Stati Uniti stanno cambiano rotta e se fino adesso si sono occupati della ricostruzione delle nazioni estere ora devono occuparsi di loro stessi e della ricostruzione della propria nazione. 

L’11 settembre 2011, però, ha reso anche gli Stati Uniti più vulnerabili ma anche più realisti. Non sono inattaccabili, non possono esportare libertà e democrazia ovunque, le loro risorse non sono infinite e c’è chi, come la Cina, è pronto a prendersi il posto di superpotenza economica nel mondo. Ma in fondo dieci anni fa siamo cambiati tutti quanti. I continui controlli sono entrati a far parte delle nostre vite. La nostra libertà e la nostra privacy sono state fortemente lese ed intaccate per un fine superiore: la sicurezza collettiva. Abbiamo perso il conto delle guerre che si combattono nel mondo. Ci siamo abituati a sentire di morti ed attentati che quasi non ci interessano più perché parte della quotidianità. Sono nate in noi nuove paure, pregiudizi e tanta diffidenza nei confronti di chi accogliamo e ora guardiamo con sospetto.

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