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Diritto di critica | September 16, 2021

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Festival del Cinema, è il giorno delle grandi interpreti: Huppert, Rampling e Scott Thomas - Diritto di critica

Festival del Cinema, è il giorno delle grandi interpreti: Huppert, Rampling e Scott Thomas

E’ stato il giorno delle grandi interpreti. Ieri all’Auditorium di Roma la Festa del Cinema si è illuminata con la presenza di Isabelle Huppert, Charlotte Rampling e Kristin Scott Thomas. Attrici importanti, tutte e tre con ruoli interessanti, a conferma – se mai ve ne fosse bisogno – delle loro indiscusse capacità.

Isabelle Huppert, sofisticata interprete di spicco del cinema europeo, musa di Chabrol (con cui ha girato sette film), con Mon Pire Cauchemar – Il mio peggior incubo  di Anne Fontaine, è alle prese con un ruolo diverso dalla donna turbata, ambigua, enigmatica a cui è solita dare volto. In questa commedia esilarante, l’attrice francese dimostra talento brillante da vendere: se pensiamo ai suoi personaggi algidi, controllati, serissimi… Scordiamoli, nulla a che vedere stavolta. Isabelle qui balla, si sbronza, sceglie come amante un uomo che è tutto il suo contrario. Sboccato, volgare, un po’ cialtrone.

Succede proprio questo in Mon Pire Chaucemar, dove Isabelle-Agathe è una signora perbene, della ricca borghesia parigina: elegante, sofisticata, dirige la Foundation Cartier per l’arte contemporanea della capitale francese. Il suo compagno Francois (Andrè Dussolier), raffinato editore, è ‘gestito’ da Agathe con distacco, come una routine. L’unica cosa che sembra unirli è il figlio di nove anni, ma ognuno di loro è chiuso nel suo mondo, arroccato nei suoi stereotipi, nella propria solitudine che impedisce il dialogo. Ed eccolo il “peggior incubo” di Isabelle – Agathe, Patrick (un bravissimo Benoit Poelvoorde), il papà di un compagno di classe di suo figlio. Un uomo agli antipodi, ubriacone e spiantato, senza lavoro fisso, che dorme nel retro di un furgone e che ha passato sette anni in galera. Alle prese con gli assistenti sociali che vogliono portargli via il figlio, dimostrando che non può provvedergli. Agathe e Patrick all’inizio fanno scintille, non sopportano uno la vista dell’altro perché troppo diversi: a lei quell’uomo sembra un miserabile, fissato com’è da sesso e alcol; a lui, la signora sembra glaciale e perfettina. Ma i figli, loro sì, non si curano delle differenze sociali ma diventano amici inseparabili. “Tra i ragazzi – racconta la Huppert in conferenza stampa – “si crea senza pregiudizi un legame forte, loro non hanno barriere sociali e culturali”. L’attrice, elegantissima in una giacca di velluto blu elettrico, ha risposto alle domande dei cronisti presenti al festival raccontando di essersi divertita a recitare in un ruolo così insolito per lei. Ma ha precisato: “Dramma o commedia per me è lo stesso, io sono un’interprete che si affida alla storia, al film, al regista. Il mio interesse principale è costruire il personaggio che mi viene affidato”. Il film è surreale, spassoso, risate e eros si mescolano in una costruzione narrativa via via più divertente, ben oliata soprattutto dall’ottima interpretazione dei suoi attori.

Una premiere diversa quella del film di Fred Schepisi The Eye of the Storm, un dramma intimista e cupo sublimato dal volto di Charlotte Rampling e da un’interpretazione di magistrale bravura: al centro della storia – tratta dal romanzo omonimo di Patrick White – , Elizabeth Hunter, anziana e ricca donna che vive in una casa sontuosa in un sobborgo di Sidney. In fin di vita, chiama i suoi figli Basil e Dorothy (Geoffrey Rush e Judy Davis) al suo capezzale: loro puntano all’eredità della  madre, lei (forse) una riconciliazione, dopo esser stata tutta la vita una presenza ingombrante e autoritaria. E’ una matriarca, e intorno a se’, con le sue infermiere e l’avvocato di famiglia, ha ricreato un nucleo dove tutto gira intorno a lei. “Elizabeth è una donna complessa, dalle mille sfaccettature” – dice la Rampling – “una sorta di Re Lear in gonnella, in grado di resistere alle tempeste della vita, cosa che invece i suoi figli sono inadatti a fare”. La Rampling, attrice feticcio di Francois Ozon, diventata famosa per il ruolo coraggioso dell’ebrea Lucia ne Il Portiere di Notte (1974) di Liliana Cavani, per questo film ha accettato di farsi invecchiare. “E’ uno dei pochi film che mettono al centro della storia una donna anziana, lo trovo affascinante”, ha raccontato la diva, elegante e sobria. E in effetti in tutto il film l’attrice giace a letto, e l’espressione del volto e degli occhi è strepitosa.

Quanto al regista, Fred Schepisi, che è uno dei più noti cineasti australiani spesso dediti all’impegno civile (in Plenty mise i panni di un ex partigina francese a Meryl Streep), si è dimostrato molto abile nel dirigere un dramma claustrofobico, dove l’unico ‘movimento’ è quello d’esplorazione verso i personaggi. Un’indagine spietata e insieme elegantissima.

Torniamo a Parigi invece ne La Femme du Cinquième di Pawel Pawlikowski, dove Kristin Scott Thomas recita al fianco di Ethan Hawke in questa storia dal fascino ambiguo e controverso. La più acclamata tra le attrici inglesi, che ha lavorato tra gli altri con Polanski, Newell, Redford e Altman – ma il suo ruolo più importante è stato senz’altro quello di Katherine ne Il Paziente Inglese di Minghella, per il quale ottiene una nomination all’Oscar – è una vedova ungherese, Margit, che intreccia una relazione con Tom Ricks (Hawke), dalla vita confusa e problematica. Lei, misteriosa e colta, lo seduce e trascina in una spirale di inspiegabili eventi tragici: un incubo dal quale l’uomo, accecato dalla passione, non riuscirà facilmente a liberarsi. Sullo sfondo, una Parigi dal volto inquietante e grigio, torbido come le vite dei suoi protagonisti. Kristin Scott Thomas, bella ed elegante in un gonna a tubino nera e camicia bianca di seta, ha detto in conferenza stampa di aver amato molto ‘giocare’ alla femme fatale, dichiarando però, “e’ stata dura dare vita ad un personaggio che non esiste, essere la proiezione delle ansie di uno scrittore, una figura che vive nella mente di qualcuno. E’ stato un ruolo ipnotico, sospeso, una grande sfida da attrice”. La Femme du Cinquième è tratto dall’omonimo romanzo di Douglas Kennedy, (in Italia Margit, pubblicato da Sperling & Kupfer).