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Diritto di critica | December 6, 2021

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Acqua, referendum mai applicato: riparte la mobilitazione - Diritto di critica

Acqua, referendum mai applicato: riparte la mobilitazione

Scritto per noi da Federico Gennari Santori

Sono passati sei mesi, ma il referendum per l’acqua bene comune è rimasto inascoltato. Il voto di 27 milioni di cittadini – ovvero 57% del quorum e il 95% dei sì – resta schiacciato dalle annunciate privatizzazioni del governo Monti e dalla mancata eliminazione della quota di remunerazione del capitale privato dalle tariffe. Il decreto Ronchi vive ancora, tutto intero, al di là della Costituzione. I comitati per l’acqua pubblica lanciano il nuovo slogan di lotta: “Autoriducete le bollette”.

Ancora privatizzazioni. La manovra di agosto e il programma del nuovo governo Monti hanno in comune il “nuovo rilancio delle privatizzazioni dei servizi pubblici”, inteso come manna per risolvere le carenze strutturali del paese. A giustificazione, sia il vecchio esecutivo che il nuovo indicano le aspirazioni europee verso un modello “concorrenziale, privatistico, nella gestione dei servizi”. Ma il referendum ha imposto lo stop a tale modello: i cittadini hanno espresso il loro diritto costituzionalmente garantito a rifiutarlo.

Non solo. Nessun gestore dell’acqua, da giugno ad oggi, ha tolto la quota del 7% di remunerazione del capitale dalle bollette emesse: unica eccezione, Napoli, dove l’assessore Alberto Lucarelli ha partecipato alla stesura del quesito referendario come giurista. La sovratassa – dichiarata incostituzionale dal referendum – continua a pesare sui cittadini.

Per il Movimento per l’acqua è giunto il momento di farsi sentire. Con la manifestazione di sabato 26 novembre è partita “Obbedienza Civile”, la campagna di autoriduzione delle bollette per il servizio idrico integrato, lanciata dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua. Starà agli stessi utenti sottrarre la quota del 7% .

Una mossa prevista dai gestori, come dimostra il caso Acea. A partire dal 24 novembre il principale distributore di acqua ed energia della Capitale ha inviato bollette maggiorate ai cittadini, che hanno assaltato gli sportelli di Piazzale Ostiense e i numeri verdi. Le proteste sono rimbalzate sul web e tanti si dicono pronti alla denuncia. L’azienda addossa la responsabilità ad un malfunzionamento del nuovo sistema informatico, ma la vicinanza delle date è sospetta.

Qualche settimana fa usciva una notizia bomba: poco prima del referendum il presidente Alfredo Altavilla e l’ad Marco Staderini hanno assegnato 200 mila euro al Comitato per il No, all’insaputa del consiglio di amministrazione. L’azienda sarebbe pubblica, con il 51% del capitale nelle mani del Comune, ma le pressioni di Caltagirone e della multinazionale francese Suez-Ondeo sono evidentemente preponderanti. D’altronde, i conti non tornano in Acea: nell’ultimo anno ha perso il 4,4% del fatturato e contratto un debito di 2,4 miliardi di euro, senza migliorare il servizio – la perdita di rete media è ancora drammaticamente superiore al 27%.

Nel Lazio le cose non vanno affatto meglio. Casi emblematici sono quelli di ATO 1 e ATO 4, corrispondenti alle Province di Viterbo e Latina, dove il servizio idrico integrato è stato affidato alla Talete S.p.A., società a totale capitale pubblico che ha acquisito solo il 46% dei Comuni, ed ad Acqualatina S.p.A., da anni bersaglio dei comitati cittadini e presente in tutti i Comuni eccetto Ponza e Ventotene. Entrambe le società sono indebitate e scaricano il costo dei prestiti contratti sugli utenti. Solo nel Comune di Latina, dal 2004 ad oggi, le tariffe sono aumentate fino a picchi del 200%.

Queste Aree Territoriali Ottimali sono le più colpite dall’emergenza arsenico: lo scorso maggio ad Aprilia sono stati chiusi i rubinetti perché i livelli di concentrazione toccavano gli 11 microgrammi per litro, un punto al di sopra della soglia consentita dalle autorità sanitarie italiane; in almeno 9 Comuni in Provincia di Viterbo, invece, si sono superati i 20 microgrammi. Ma proprio adesso, nonostante le forti difficoltà nella gestione di ciascuna Area, per salvare le aziende in dissesto finanziario spunta una nuova proposta: creare un’ATO unica per tutto il Lazio.

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