Articolo 18, abrogarlo non salverà nessuno

La priorità dell’Articolo 18. Disoccupazione all’8%, in volo (secondo Confindustria) verso il 9. Novecento milioni di ore di Cassa integrazione richieste dalle aziende a novembre 2011, e per i sindacati “arriveremo al miliardo prima di Natale”. Quarantasei tipi di contratto precario per oltre 3 milioni di italiani, e altri tre milioni sommersi nel lavoro nero. Sono questi i numeri da guardare, quando si discute di mobilità e articolo 18. Specie se si definisce “tabù” il no dei sindacati, che dal 2001 insistono a difendere la norma dai vari Sacconi, Damiano, Maroni.

Perché modificarlo? Il ministro Fornero, nella recente intervista al Corriere della Sera, chiede ai sindacati un confronto “senza tabù e intellettualmente aperto”.  Parafrasando lo storico leader sindacale Luciano Lama, la Fornero propone uno scambio “generazionale” tra anziani e giovani: gli anziani cedano sull’articolo 18, i giovani otterranno la fine del precariato grazie al contratto unico. A suo parere, aumentare la “flessibilità” dei lavoratori con contratto indeterminato permetterebbe alle aziende di assumere con maggiore serenità i giovani precari, attraverso contratti “gavetta” a salario graduale.

I dati reali. Dal 2005 le ore di cassa integrazione richieste dalle aziende non scendono sotto il miliardo all’anno, a dimostrazione dell‘uso permanente del CIG. Questo significa che le aziende già oggi licenziano e mettono in mobilità i lavoratori,  nonostante l’articolo 18 e al netto del precariato. D’altra parte, le assunzioni non si vedono: la disoccupazione cresce (9% per Confindustria, forse 11% l’anno prossimo).

Non è l’Articolo 18 il problema. Nel ragionamento della Fornero manca un tassello: la produttività aziendale. Il nanismo delle imprese italiane non è legato alla possibilità di licenziare – lo fanno già con scioltezza – ma alla mancanza di competitività industriale. I nostri prodotti, semplicemente, non vendono come vorremmo. Sul fronte interno, la domanda è in contrazione da tempo, a causa del divario salari reali-prezzi (la perdita d’acquisto netta è vicina al 2%). Licenziare – ovvero sottrarre reddito alle famiglie e metterle sulle spalle delle Casse Previdenziali, nei casi in cui intervengono – aiuterebbe l’economia? Perché allora non parlare degli investimenti mancati delle imprese e degli incentivi alla qualità mai erogati? Perché, per rilanciare le assunzioni, si deve per forza “concedere” il licenziamento indiscriminato?

Di Sirio Valent

Giornalista professionista, 25 anni, ho iniziato con una tesi sul tracollo del Banco Ambrosiano, braccio finanziario della loggia massonica P2, per la facoltà di Economia. Due stage nella redazione economica dell'Agenzia Italia e una breve parentesi dietro le quinte di Confindustria mi hanno aperto gli occhi sulla realtà quotidiana del cronista economico. Mi piace lavorare su questioni di geopolitica, macroeconomia e retroscena finanziari, difficili da spiegare in modo semplice ma fondamentali per capire la realtà dietro lo specchio.

2 commenti

  1. Le assunzioni non si vedono proprio perché il mercato è rigido. Le imprese producono poco perché sono per la maggior parte di piccole dimensioni, sotto i 15 addetti. Rimangono piccole per due motivi: 
    1) Le imprese sotto i 15 addetti non applicano l’articolo 18
    2) la giustizia civile in Italia è lentissima, e dunque lo sono anche i processi per fallimento. Se è impossibile recuperare i soldi investiti in un’azienda, gli investitori saranno meno disposti ad investire. Conseguenza: le aziende non potranno ingrandirsi.

  2. Perchè negli ultimi dieci anni il mercato italiano non è cresciuto? In cosa si è investito, piuttosto che farlo in ricerca, istruzione e ambiente??

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