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Diritto di critica | April 21, 2021

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Addio a Angelopoulos, il regista che raccontò la Grecia martoriata - Diritto di critica

Addio a Angelopoulos, il regista che raccontò la Grecia martoriata

Con la sua Grecia sempre nel cuore. E nel tondo dell’obiettivo della macchina da presa. E’ morto ieri al Pireo, il porto di Atene, il regista Theo Angelopoulos, investito da una moto. Si trovava lì per fare i sopralluoghi necessari per il suo prossimo film, The Other Sea – L’altro mare, che avrebbe avuto come protagonista il nostro Toni Servillo e come soggetto la crisi economica che ha sconvolto il Paese. Del resto, il Maestro l’aveva detto, in un’intervista di qualche anno fa: al giornalista che gli chiedeva fino a quando avrebbe girato film, lui rispose semplicemente: “Os to telos (Fino alla fine, ndr), per un’eternità e un giorno!”, facendo riferimento al titolo di uno dei suoi successi più grandi, la pellicola del 1998 L’Eternità è un giorno, vincitrice a Cannes nello stesso anno, che lo consacrò definitivamente il cineasta più importante ed influente del mondo ellenico.

Schivo, solitario, spesso scontroso con la stampa ma sempre delicato e ironico, insofferente al caos, al rumore, alla modernità, Angelopoulos apparteneva a quella schiera di intellettuali che volevano cambiare il mondo. Col cinema. Con la forza delle immagini, più rivoluzionarie delle parole. Appassionato cinephile, aveva studiato alla Sorbona di Parigi – dove era stato un assiduo frequentatore della Cinèmateque dell’università –  ma nella sua amata Greci aveva fatto ritorno, per raccontarla, portare la sua storia nel mondo, fissandola negli schemi creativi della Settima Arte. Coltissimo, lettore onnivoro di prosa e poesia, non disdegnò i lavori più impensabili, prima di approdare alla regia: portiere di notte, venditore di tappeti.

Poi con La Recita (1975), la consacrazione nel panorama cinematografico europeo: il regista ateniese realizza un capolavoro della storia del cinema mondiale, ricostruendo uno dei periodi più bui della storia greca del ‘900: quello che vide succedersi l’occupazione italiana, tedesca e poi britannica. Angelopoulos era molto più che un cineasta impegnato, nel senso politico del termine: nei suoi circa 15 film, è stato da subito uno dei testimoni più attenti della condizione del popolo greco dall’inizio del XX secolo fino ad oggi.

In Ricostruzione di un delitto (1970), che la critica accostò ad Ossessione (1943) di Visconti per la capacità creativa e dirompente rispetto al cinema di quel momento, Angelopoulos riportò l’attenzione della stampa internazionale sul cinema greco: al centro della storia un uxoricidio misterioso, ma soprattutto una sorta di manifesto programmatico circa il suo stile: lunghi piano – sequenza, inquadrature fisse e scene vuote, lunghissimi silenzi a sottolineare le azioni. Con questa inconfondibile impronta stilistica, l’autore Angelopoulos tessseva una precisa struttura circolare della vicenda narrata, metteva in comunicazione i diversi livelli del racconto, facendo dialogare tra loro i suoi tre elementi costanti: mito, storia, rappresentazione.

Guardava sempre alla ciclicità della storia, al retroscena delle vicende, con l’occhio puntato al dietro le quinte della Storia: una lettura dell’attualità mai distante, ma messa a fuoco al meglio attraverso le lenti del Mito, della tradizione. “La mia Grecia’” – dichiarò in un’intervista – è la Meso Ellada, la Grecia interiore”. Ossia quella a nord, non quella turistica delle isole e del turismo di massa; ma quella più vera e autentica, dei paesini sperduti tra le montagne dell’interno, con le strade sterrate e i sentieri sconosciuti; o quella dell’Epiro o della Macedonia occidentale, confinante con l’Albania. Il paese più povero, lontano dal frastuono della modernità. Per tutti i film, decideva di andare a girare almeno un paio di scene in uno di questi luoghi: alla ricerca del più vero e autentico ‘segno’ della Grecia, culla di tutte le civiltà.

Quello che rendeva unico il suo tratto, il suo tòcco particolarissimo, era l’interesse per la piccola storia, quella di tutti i giorni: ad Angelopoulos non interessavano gli atti più o meno grandi, le sconfitte e le vittorie. Si occupava di ciò che era semplice, delle persone normali e umili. Ogni traccia della memoria popolare era ricercata e codificata nel suo ‘agire’ cinematografico, perché la sua esigenza principale è sempre stata quella di raccontare il degrado economico, sociale e morale – oggi anche politico – di alcune regioni dell’entroterra greco. In modo assolutamente libero dalla cultura codificata e dai dettami rigidi dei generi cinematografici: gli bastava ricorrere al mito per tornare alle radici della sua civiltà, per succhiarne la linfa e arrivare così alle origini della storia, per fare i conti con essa.

Chissà cosa avrebbe raccontato della Grecia di oggi, degli scossoni che l’attraversano e la scuotono, quali indagini avrebbe compiuto sul destino di quel vivere, sospesi tra antichità e modernità. Prima che una folle corsa ponesse fine alla sua vita in modo così tragico, Anghelopoulos lavorava per costruire un nuovo set, una nuova storia, un nuovo film. Un eterno ricominciare.

A noi che lo ricordiamo, non resta che tornare ai suoi film, alla sua poesia. Ci amava molto, noi Italiani; popolo così vicino al suo, per mentalità, lingua e continuità geografica, tale da farlo sentire a casa “quando mi trovo lì, sono perfettamente a mio agio, non mi devo adeguare al comportamento delle persone, mi sembra di stare tra la mia gente”. E infatti preferiva, su tutti, gli attori italiani.

“Anche per il mio lavoro, penso che l’italiano sia una lingua che grazie alla sua melodicità, ben si adatta al greco. Bentivoglio ad esempio, in L’eternità e un giorno parla greco con un accento quasi perfetto, non è stato doppiato, e questo vale anche per Mastroianni”.

L’amico Marcello, poi: ne Il Passo Sospeso della Cicogna (1991), con una strepitosa Jeanne Moreau, interpreta uno dei capolavori di Theo Angelopoulos. Erano molto amici, del resto: “Con nessun altro attore ho stabilito un feeling così importante.  Marcello amava il mio modo, un po’ strano, di girare i film: girovaghi in roulotte, come vecchi teatranti, pronti a fermarsi e mettere in piedi uno spettacolo in qualsiasi luogo e in ogni momento della giornata”.

Oggi in Grecia è il giorno dello choc e del dolore: il ministro della Cultura, Pavlos Geroulanos, ha definito Angelopoulos “un ambasciatore monumentale della cultura del paese, la cui morte dona un vero significato alla parola ‘insostituibile'”. Mentre per Alexander Payne, regista americano di origini greche, ieri a Roma per presentare il suo The Descendant (Paradiso Amaro),  le cose stanno così: ”Kurosawa diceva che cosa più bella per un regista è morire mentre sta girando un film. È quello che è successo ad Angelopoulos e ne sarà contento”.