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Diritto di critica | July 31, 2021

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Fukushima, un anno dopo. Addio al nucleare tra ricostruzione e radioattività - Diritto di critica

Fukushima, un anno dopo. Addio al nucleare tra ricostruzione e radioattività

Sei minuti che hanno sconvolto il mondo. La terra trema come mai prima. E poi quell’onda nera che ha portato via tutto. Così nel pomeriggio dell’11 marzo 2011 il nord del Giappone ha vissuto il sua apocalisse. Più di 15mila morti circa 6mila feriti, quasi 5mila persone mai più ritrovate. Ma nessuno poteva immaginare cosa sarebbe potuto succedere dopo qualche ora. A causa dell’onda alta sei metri l’impianto di refrigerazione della centrale nucleare di Fukushima è andato in tilt provocando il surriscaldamento del sistema. Pochi credevano che si sarebbe verificata una nuova Chernobyl.

Il Giappone risorge ma ancora rischi radioattivi. Oggi, ad un anno dall’immane disastro, la ricostruzione delle infrastrutture è quasi completata. Ma il segno dello tzunami e soprattutto dell’onda invisibile, quella radioattiva, sono ancora presenti. La stessa città di Fukushima, non interessata direttamente dal problema nucleare, ha perso buona parte della sua popolazione e delle attività produttive. Allo stesso tempo si è ripopolata con i profughi dell’area contaminata. Tuttavia, anche nella città di Fukushima, secondo Greenpeace, ci sarebbero “hot spot radioattivi che pongono una seria minaccia, sottovalutata dal Governo, alla salute della popolazione”.

Tokyo abbandona il nucleare. Al di là dei rischi per la popolazione locale, molte centrali fermate per manutenzione dopo il disastro nucleare, non sono state per ora riattivate. Il governo sembra intenzionato, quindi, a chiudere definitivamente tutti e 54 impianti sparsi sul territorio nazionale entro qualche mese. E pensare che lo stesso governo progettava di incrementare la produzione di energia nucleare, portandola dall’attuale quota del 30% del fabbisogno nazionale al 50% entro il 2030.

Finito l’effetto “Fukushima”. Il Giappone, colpito dal nucleare due volte – prima con la bomba atomica, poi con la centrale di Fukushima – sembra aver imparato la lezione. Non esiste nucleare sicuro. Ma negli altri paesi, dove l’attenzione mediatica sul Giappone è scemata, il tragico evento dello scorso anno ha rappresentato solo una breve parentesi. Gli interessi in gioco sono molti, oggi, per fermare la macchina del nucleare, soprattutto nei paesi emergenti. L’Iran è solo la punta di un iceberg molto più ampio. Secondo i dati del World Nuclear Asociation, attualmente sono in costruzione nel mondo 60 impianti. Fukushima ha lasciato il segno nei paesi occidentali e di vecchia industrializzazione dove già prima dell’incidente c’era la necessità di trovare strade alternative, soprattutto attraverso l’uso delle cosiddette rinnovabili. Nei paesi del Bric e nelle potenze emergenti il nucleare continua a far gola. Gran parte delle nuove centrali vedrà la luce in Asia ed in particolar modo in Cina dove sono previsti 50 nuovi reattori nucleari. Anche l’India, la Russia e la Corea del Sud prevedono un aumento del fabbisogno energetico e hanno quindi deciso di realizzare nuovi impianti. Ma saranno in grado di gestire in sicurezza il nucleare?