Facebook in Borsa, ma costa troppo

Mark Zuckerberg tenta il colpaccio. Ad una settimana dal debutto in borsa le valutazioni continuano a lievitare: siamo già oltre i 104 miliardi di dollari per l’intera società, prezzo considerato ‘eccessivo’ da tutti gli analisti finanziari. Eppure c’è chi si prepara a versargli, cash, qualcosa come 5,6 miliardi di dollari. Cosa c’è dietro il social network più discusso e commerciale del mondo?

Il Roadshow di Facebook è quasi finito. L’ultima tappa, nella Silicon Valley, ha raccolto circa 200 possibili investitori milionari: a questo danaroso pubblico il carismatico Zuckerberg si è offerto per un’ora, tra un discorso ispirato e decine di domande tecniche. Domande che vertevano su un solo elemento, alla fine: perché dovremmo pagare così tanto le tue azioni?

La risposta è controversa. Gli analisti di Barron’s, Bloomberg e Wall Street ritengono che 34-38 dollari ad azione siano esagerati. L’azienda è cresciuta molto, innegabilmente, ma nel 2011 ha fatto (solo) 3,7 miliardi di dollari di fatturato. E la pubblicità non sta seguendo la vertiginosa evoluzione degli iscritti. I ricavi sono più bassi delle attese, come se il mondo pubblicitario cominciasse a dubitare dell’utilità di investire su Fb.

Per sventare tale rischio di “diffidenza”, Zuckerberg punta all’exploit in borsa. Primo, per prendere tempo; nessuno dubita di un’azienda che raccoglie 12 miliardi di dollari alla sola quotazione in listino, senza nemmeno aver perso il controllo societario – il Fondatore manterrà un inossidabile 57% delle azioni. Secondo, per varare un programma d’investimento nuovo. Mirato proprio a sostenere la pubblicità, che dovrà diventare – inevitabilmente – fonte stabile e crescente di ricavi. Pagati con l’attenzione – volontaria o meno – degli utenti.

Il vero rischio è che l’ingresso in borsa cambi radicalmente la filosofia di Zuckerberg: invece di “focalizzare l’attenzione su un miglioramento dell’esperienza degli utenti”, comincerà forse a tenere sott’occhio “la creazione di fatturato“. C’è da vedere le conseguenze sugli iscritti.

Di Sirio Valent

Giornalista professionista, 25 anni, ho iniziato con una tesi sul tracollo del Banco Ambrosiano, braccio finanziario della loggia massonica P2, per la facoltà di Economia. Due stage nella redazione economica dell'Agenzia Italia e una breve parentesi dietro le quinte di Confindustria mi hanno aperto gli occhi sulla realtà quotidiana del cronista economico. Mi piace lavorare su questioni di geopolitica, macroeconomia e retroscena finanziari, difficili da spiegare in modo semplice ma fondamentali per capire la realtà dietro lo specchio.