Spread, per chi troppo e per chi niente

“Spread alle stelle”. Sembra che sui tg nazionali e sulle testate paludate d’Italia non esista altra espressione per definire lo stato della nostra credibilità economica. Questo sconosciuto schizza, vola, decolla, esplode, insomma, fa di tutto per spingerci nella crisi più nera: un giorno è a quota 300, il giorno dopo a quota 500 e tu ti chiedi se è il caso di mettere la sciarpa e prepararti ad un inverno rigido. Ma queste sei lettere abusate significano ancora qualcosa?

A tutto spread. Diciamolo in parole povere: spread significa sfiducia. Gli economisti lo definiscono “differenza tra rendimento di un titolo di debito di un paese (facciamo conto, la Germania) ed uno analogo del paese vicino (l’Italia, per dirne uno)”. Il titolo che rende di più non è migliore, anzi, è il peggiore: perché un alto tasso di interesse significa pessima fiducia degli acquirenti, che per comprarlo vogliono un tornaconto maggiore. Per noi comuni mortali, è la differenza tra chiedere un mutuo in banca esibendo uno stipendio da precario oppure un cachet da parlamentare “di ferro” (il secondo caso è Berlino, ovvio).

E’ ovvio che il valore dello Spread dipende dal rischio-paese, cioè quanto un paese è in grado di ripagare i propri debiti. Però i conti non tornano. E’ ormai un anno che le borse fanno oscillare lo spread tra i 400 e i 500 punti: eppure la Banca d’Italia assicura che la distanza reale tra Bund decennali tedeschi e Btp è di soli 200 punti, e porta 300 pagine di calcoli e dati a sostenerlo. Che senso ha un indicatore che non riflette la realtà? 

Ce lo chiediamo tutti. La verità è che l’attenzione allo spread da parte dei governi è eccessiva. La paura di non poter emettere cambiali è enorme, e spinge Roma, Atene, Berlino & Co. ad inseguire i mercati, facendo tanti “compiti a casa” e tagliando tutte le spese. E i mercati ci lucrano sopra: è come sapere sempre qual è il cavallo vincente, mentre gli altri scommettitori non sanno che pesci prendere. Ma lo spread non riflette la realtà dell’economia, è una balla e i brokers lo sanno. Che succede se la balla non regge più ed esplode? 

Di Sirio Valent

Giornalista professionista, 25 anni, ho iniziato con una tesi sul tracollo del Banco Ambrosiano, braccio finanziario della loggia massonica P2, per la facoltà di Economia. Due stage nella redazione economica dell'Agenzia Italia e una breve parentesi dietro le quinte di Confindustria mi hanno aperto gli occhi sulla realtà quotidiana del cronista economico. Mi piace lavorare su questioni di geopolitica, macroeconomia e retroscena finanziari, difficili da spiegare in modo semplice ma fondamentali per capire la realtà dietro lo specchio.