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Diritto di critica | December 2, 2021

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La Cina vara la ‘‘riforma dei gulag’’: il regime pronto a rivedere l’attuale sistema di ‘‘rieducazione’’

La parola “laojiao” non suona macabra come “gulag” per gli europei, ma il significato è lo stesso. Il sistema brutale cinese di “rieducazione”, attraverso i lavori forzati, non è così diverso da quello messo in atto dall’Unione Sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale e oltre. Attualmente, sono circa 60mila (c’è chi sostiene che sia qualche milione) i detenuti che stanno lavorando duramente nei campi della Repubblica popolare cinese. Tra i prigionieri ci sono veterani delle Ong, scrittori dissidenti, autori di petizioni scomode per il regime e membri di sette religiose non autorizzate. I prigionieri possono essere incarcerati per un massimo di tre anni senza un processo.

Fin dal 1957, i campi di rieducazione sono diventati una prassi nel sistema cinese nonostante la segretezza abbia contribuito alla loro diffusione. Sempre più “vittime” sono state trascinate nei campi, ma una protesta per l’abolizione di questa barbarie sta trovando terreno fertile nei comitati di lavoro. Una campagna di sensibilizzazione sul tema, nella città orientale di Hangzhou, ha raccolto più di 7mila firme. Oltre alle cifre stimate di 60mila detenuti almeno nei campi di rieducazione, alcuni organi di stampa, non legati al regime, hanno quantificato la paga mensile irrisoria per i “lavoratori”, ovvero 8 yuan, 1 euro.

Il regime cinese non ha preso bene questa fuga di notizie, anche se ha capito l’importanza della questione, cercando di trovare in tempi brevi una soluzione. Hu Xingdou, professore presso l’Istituto di Tecnologia di Pechino, ha detto al quotidiano Global Times che il sistema dei campi di rieducazione ha una logica per il mantenimento della stabilità sociale e come fonte di profitto notevole grazie al lavoro dei detenuti. “Il sistema dei campi di lavoro – ha precisato Xingodu –, rappresenta il più grande ostacolo per la costruzione di un sistema di legalità e rispetto dei diritti umani in Cina”.

Nel mese scorso, la rabbia cinese è esplosa attraverso blog locali. L’agenzia cinese Xinhua, filo regime, ha riportato la storia di una donna che era appena uscita da un campo di lavoro. La sua colpa è stata di aver protestato contro alcune sentenze di condanna non severe a danni di uomini che avevano stuprato e costretto a prostituirsi la figlia di 11 anni. La scorsa settimana, un tribunale nella città di Changsha, ha respinto i ricorsi di sette persone condannate ad almeno un anno di lavori forzati nei campi di rieducazione per aver protestato contro la demolizione delle loro case o aziende, un dissenso esplicitato sotto la bandiera cinese a Pechino, nella storica piazza di Tienanmen.

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