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Diritto di critica | October 25, 2021

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Veltroni si ne va e Bersani vintage sogna il rinnovamento

La scelta di Walter Veltroni di non ricandidarsi alle prossime elezioni ha aperto un serio problema all’interno del Pd. L’ex segretario e fondatore dei democratici esce di scena. Non si ritira a vita privata ma non sarà presente in Parlamento nella prossima legislatura, dopo 25 anni da eletto: prima alla Camera, poi a sindaco di Roma e poi nuovamente a Montecitorio.

Un’uscita plateale. “Non mi ricandiderò alle prossime elezioni politiche, ma rinunciare a fare il parlamentare non vuol dire rinunciare a fare politica. Continuerò ad impegnarmi in quello in cui ho sempre creduto: l’impegno civile e la battaglia dei valori sulla legalità”. Insomma, un addio – o forse solo un arrivederci – un po’ scenografico, annunciato in diretta tv, come piace a lui. Lui che si dimise da segretario di partito riconoscendo di aver fallito, “senza chiedere incarichi in cambio”. Una scelta che fa presagire, chissà, la nascita di una sua fondazione. Una scelta che pone un problema serio nel Pd e in molti partiti: il ricambio generazionale.

Un colpo a chi siede in Parlamento da una vita. “Non ce la facevo proprio più ad essere messo nel calderone dei vecchi che hanno fatto cattiva politica”, ha rivelato ai suoi Veltroni. “Ma Renzi non c’entra”. Non c’è bisogno di “rottamare”. Un colpo basso, chissà quanto involontario, assestato a chi nel Pd in Parlamento ci siede da sempre, in barba ad uno Statuto democratico che prevede massimo tre legislature per ogni parlamentare. Tra questi, Franco Marini, Rosy Bindi e Massimo D’Alema. Se il primo già oggi non è più un problema in quanto ha annunciato alla veneranda età di 79 anni di voler lasciare il Parlamento, gli altri due sembrano non essere molto d’accordo con l’ex segretario del Pd e si trincerano dietro ad un inutile quanto mai antipatico “lo decide il partito”.

Ritorno al passato. Veltroni forse ha fatto il più grande regalo di cui Bersani aveva bisogno per vincere le primarie: liberarsi del vecchio establishment (ma è tutto ancora da vedere) e proporsi come il padre (magari un po’ anziano) del “rinnovamento”. Un rinnovamento, però, che riparte dalle tradizioni, che riparte dalla pompa di benzina di suo padre. Uno stile vintage e nostalgico che rispolvera idee e soprattutto immagini del passato. Non tanto nei simboli (la falce e il martello è stata archiviata persino da Vendola), quanto in quelle istantanee in salsa romagnola, in quei miti del passato, in quella classe operaia che non esiste quasi più. “Siamo quelli di ieri”, sembra voler dire. Quelli di ieri, appunto, che ricercano le proprie radici nel passato. Allora forse si capisce con più semplicità questo “spostamento a sinistra” del partito che abbraccia il paroliere Vendola e lo sconosciuto Nencini e si allontana da Monti. Un partito sempre più social-democratico e conservatore e sempre meno democratico, come lo aveva sognato Veltroni. Cosa rimane quindi del Lingotto? Cosa rimane del “ma anche” che, pur sollevando ironie varie, ha rappresentato il momento forse più inclusivo della storia della politica italiana? Una condanna a rimanere per sempre all’opposizione.

Twitter: @PaoloRibichini