No-Monti Day, un’occasione persa (per i politici)

Mentre in piazza sfilava l’Italia che contesta austerity e tagli, il mondo della politica si chiudeva sul solito quiz: “Berlusconi resta, se ne va, ritorna?”. Un vuoto d’attenzione colpevole e pericoloso: le migliaia di manifestanti che sabato sono state ignorate dalle televisioni e dai politici sono una forza attiva. Una forza elettorale, puntata verso Grillo: ma anche una forza di protesta, che potrebbe esprimersi di nuovo nella violenza.

La violenza che non c’è stata. Roncobilaccio, sull’autostrada del Sole, sono le 10 di sera di domenica 28 e sta nevicando: nel resto d’Italia nubifragi e bufere. Un corteo di camionette e furgoni della Polizia risale i tornanti, di ritorno a Bologna dopo la trasferta di Roma. Per 2 giorni, nella capitale sono stati concentrati mille agenti di polizia, raccolti dalle questure di Roma, Napoli, Bologna e Firenze. Una concentrazione che doveva impedire il “trionfo dei black bloc”, ovvero il ripetersi delle manifestazioni violente del 14 dicembre 2010 e del 15 ottombre 2011. Una manifestazione di violenza che non c’è stata. Gli scontri sono durati pochi minuti, tra una quarantina di elementi fuori corteo e 2 camionette della Polizia in via Nola, a S.Giovanni. E anche l’occupazione della tangenziale non è andata oltre la mezz’ora. 

Contro l’austerity. “Non si esce dalla crisi commettendo gli stessi errori che l’hanno generata”. Su questo credo, un comitato di oltre 30 soggetti tra sindacati, partiti e associazioni ha lavorato per un mese: il risultato è stato un corteo da decine di migliaia di persone – 150mila per gli organizzatori, 30mila per la questura, come al solito. Ma la capitale si è riempita di operai di Mirafiori, di studenti “fieri di essere Choosy” anti-Fornero e contestatori di Profumo, esodati e pensionati lasciati in braghe di tela dai tagli dell’Austerity. E poi la lotta-simbolo, i No Tav della Val Susa, che riassumono un modo di vedere beni comuni e società in modo antitetico al governo – che proprio nel privatizzare, liberalizzare e svendere cerca il modo di “alleggerire” i conti dello Stato.

Questa gran massa di persone, purtroppo, è stata dimenticata, finita in sordina di televisioni e giornali. Nella mattinata di sabato il balletto di dichiarazioni di Silvio Berlusconi ha occupato “militarmente” le ribalte giornalistiche, i notiziari e i commenti dei diversi partiti. Tutti hanno discusso se B. aveva fatto bene o male a ritirarsi dalla candidatura a premier per il 2013: domanda scontata, a cui rispondevano i sondaggi che lo danno a nemmeno il 12%. Ancora, ci si chiedeva se era giusta o ingiusta la sentenza Mediaset, se è vero che si tratta di una condanna politica, se le primarie sono la strada migliore per il Pdl. E infine se era il caso di staccare subito la spina al governo Monti o no. Illazioni, congetture, fumo. Perché mentre l’Italia che resiste (alla crisi e alle misure anti-crisi, a volte peggiori della malattia) diceva la sua e proponeva un nuovo inizio, il Palazzo rispondeva con battutine e schiamazzi da bar. Non c’era. Non stupisca poi che la fiducia della gente vada nelle mani di Grillo e dell’antipolitica: sono i soli a rispondere pane al pane.

Di Sirio Valent

Giornalista professionista, 25 anni, ho iniziato con una tesi sul tracollo del Banco Ambrosiano, braccio finanziario della loggia massonica P2, per la facoltà di Economia. Due stage nella redazione economica dell'Agenzia Italia e una breve parentesi dietro le quinte di Confindustria mi hanno aperto gli occhi sulla realtà quotidiana del cronista economico. Mi piace lavorare su questioni di geopolitica, macroeconomia e retroscena finanziari, difficili da spiegare in modo semplice ma fondamentali per capire la realtà dietro lo specchio.