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Diritto di critica | January 16, 2022

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Picasso, la retrospettiva milanese. Ancora per pochi giorni

di Francesco Ruffinoni

Allestita a Milano presso Palazzo Reale, a partire dal 30 settembre e visibile ancora per pochi giorni, la retrospettiva su Pablo Picasso si è rivelata essere un grande successo. Non solo per la grande affluenza di turisti e famiglie ma, soprattutto, per l’importanza artistica e la rilevanza storica delle opere esposte: la mostra ne conta oltre 200, molte delle quali mai uscite dal Museo Nazionale Picasso di Parigi. Curata da Anne Baldassari, direttrice del museo parigino, è pensata come un excursus cronologico sulla produzione del maestro spagnolo, capace di mettere a confronto le tecniche e i mezzi espressivi con cui si è cimentato nel corso della sua lunga carriera. L’esposizione ripercorre tutte le fasi fondamentali della creatività poliedrica di Picasso: dal periodo blu a quello rosa, giungendo poi, attraverso il periodo della ricerca “africana” o proto-cubista, al Cubismo sintetico. Presenti, inoltre, il ciclo del coinvolgimento politico, l’interludio pop e l’ultimissima produzione prima della morte, avvenuta nel 1972.

   «Per me la pittura è un’azione drammatica durante la quale la realtà si trova disintegrata», affermava Pablo Picasso. Appena ci si inoltra nei tanti saloni della mostra, è facile notare come questo concetto estetico sia il modus operandi privilegiato con cui l’artista firma i propri capolavori: distruggere il reale per concepire un nuovo spirito di creazione. La totalità infranta è celebrata, per esempio, in Massacre en Corée (1951), manifesto-denuncia contro la guerra, in cui i visi delle vittime sono deturpati dall’orrore, mentre quelli dei carnefici, trasformati in freddi automi, appaiono indifferenti e inumani. Metamorfosi e mutazione sembrano al centro della produzione di Picasso. La mutazione del dolore, per esempio, che deforma anima e corpo. Si pensi a La supplice (1937), opera che incarna la sofferenza universale. Una madre, vestita a lutto, grida al cielo il proprio strazio poiché ha perso il figlio. Questo dolore è sottolineato dal seno turgido della donna che amplifica, all’interno del dipinto, la sofferenza materna. La violenza e il male si rivelano, quindi, nella loro tragicità attraverso l’impegno dell’artista-intellettuale che non dimentica il proprio ruolo nella storia. Ma non è necessario il mistero del male per operare la metamorfosi. La metamorfosi si palesa, infatti, pure in Tête de femme (1931), nella quale la figura femminile si perde nelle pieghe del bronzo, dove il volto umano sembra mutare in quello di medusa, e in Baigneuse allongé (1931), dove ipotetiche bagnanti sono trasfigurate in sculture improbabili e contorte. La produzione picassiana è una produzione dalle linee sconnesse, dai tratti frammentati e dai soggetti ambigui. L’ambiguità è anche quella sessuale di Femme aux mains jointes (1907) e di Buste d’homme (1907), dove entità maschili e femminili perdono i propri connotati genetici. L’ambiguità, però, sembra essere, prima di tutto, estetica e filosofica: essa è incarnata dallo sguardo de La Célestine (1904): uno sguardo per metà cieco, a suo modo strabico, eletto alla duplicità, a un nuovo sentire. Confessa Picasso: «Essendo la tradizione stessa sprofondata nell’accademismo, dobbiamo riformare un intero linguaggio». Un linguaggio diverso, quindi, carico di novità. Un linguaggio artistico che si avvalga di nuovi strumenti, di nuovi materiali. Come di materiali nuovi ed eterogenei sono sature le opere di Picasso. Ecco, dunque, i collage e i papier collé, che danno testimonianza, attraverso Guitare et bouteille de Bass (1913), del Cubismo sintetico, in cui la materia gioca con la pittura e la pittura con la finzione.

Picasso a Milano è tutto questo, ma non solo. Non si può dimenticare, infatti, Paulo en Arlequin (1924) in cui il malinconico sguardo dell’artista si posa sul figlio, o La Lecture (1932), in cui Marie-Therese Walter, amore giovanile di Picasso, è ritratta in modo tenero e, allo stesso tempo, irriverente. Le opere di Picasso, nel loro complesso, formano un nucleo eterogeneo e articolato, ma colpisce come, in realtà, rivelino tutte una corsa verso la libertà e la giustizia. Quella corsa disperata, incarnata al meglio in La Course (1922), intrapresa da sempre dall’uomo. L’esposizione presenta pure un amarcord della prima mostra dedicata all’artista spagnolo, quella epocale del 1953, con Guernica ospitato nell’immenso Salone delle Cariatidi. La mostra milanese, sapientemente corredata di spazi multimediali, rimarrà nel capoluogo lombardo fino al 6 gennaio 2013. Vale la pena affrettarsi per non perdere un’opportunità culturale studiata nei minimi particolari.