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Diritto di critica | May 14, 2021

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La longa manus dell'Iraq sulla guerra in Siria

iraqScontri tra esercito iracheno e ribelli siriani nel fine settimana; il tutto è iniziato alcuni giorni fa, quando il premier Maliki, da sempre a favore di Bashir Assad, ha dichiarato che il suo governo non permetterà che il regime siriano cada, in quanto una vittoria dei ribelli siriani destabilizzerebbe la zona e aprirebbe le porte ad Al-Qaeda. Motivo per cui, nella giornata di sabato l’esercito iracheno ha bombardato postazioni dell’Esercito libero siriano, ha schierato cecchini sui tetti dei palazzi adiacenti al confine di Al-Yaroubia e successivamente truppe irachene sono entrate in territorio siriano; è stato lo stesso governo iracheno a confermarlo 24 ore dopo. L’Esercito libero siriano ha reagito attaccando le postazioni irachene al confine, uccidendo un soldato iracheno e ferendo altre tre persone; fonti irachene parlano inoltre di quattro soldati dell’esercito di Assad ricoverati in territorio iracheno.

Il confine di Al-Yaroubia è noto in quanto utilizzato dall’Iraq per far transitare aiuti di vario tipo come carburante, denaro e armi, destinati alle truppe di Assad, aiuti provenienti dallo stesso Iraq e dall’Iran. Anche lo spazio aereo iracheno è regolarmente utilizzato dagli aerei iraniani per raggiungere e rifornire l’alleato di Damasco, tant’è che gli Stati Uniti hanno più volte richiamato Baghdad affinché mettesse un freno a tale traffico.

Maliki, una volta alleato degli Stati Uniti, sembra sempre più vicino al regime iraniano degli Ayatollah e parte integrante di quell’“asse sciita” che da Teheran passa per l’Iraq, la Siria e arriva fino in Libano dove ha l’appoggio di Hizbullah, suo storico alleato.

Il governo sciita iracheno del premier Maliki è fondamentale per Teheran e, come illustra l’analista Abdulrahman al-Rashed, l’Iraq è ormai diventato un fantoccio dell’Iran ed è dunque obbligato a seguire i suoi ordini visto che l’Iran ha il potere di eliminare e rinominare i leader iracheni, così come fa in Libano con Hizbullah. Maliki dal canto suo sostiene che la guerra in Siria è una minaccia per l’Iraq e bisogna dunque passare all’azione; sono in molti però a credere che la reale preoccupazione del premier sia la sopravvivenza del suo governo sciita, piuttosto che la sicurezza del paese.

L’Iraq rischia infatti molto di più entrando attivamente nel conflitto, piuttosto che restando neutrale; il paese è infatti instabile e profondamente spaccato con scontri tra sciiti e sunniti che vanno ormai avanti da diversi anni e che hanno fatto 177 morti soltanto nel mese di gennaio 2013. Lo scorso 17 febbraio diversi attentati in quartieri sciiti della capitale irachena hanno provocato 21 morti e più di 100 feriti.

Il paese si è da poco avviato verso una nuova era post-guerra e post-Saddam, è in cerca di una difficile stabilità ed ha bisogno di investimenti esteri perchè, come spiega la docente universitaria irachena Noor Nasser: “C’è bisogno di lavoro e il lavoro si crea lì dove ci sono sicurezza e investimenti, ma in Iraq in questo momento mancano entrambe le cose”. L’esercito iracheno è inoltre stato da poco ricostruito e, come dimostrano i fatti, non è nemmeno in grado di garantire la sicurezza all’interno del paese, figuriamoci se può sostenere un conflitto esterno.

Ancora una volta dunque gli interessi della popolazione e del governo sembrano andare in diverse direzioni: il popolo iracheno ha bisogno di stabilità, di occupazione, di investimenti, il governo sembra invece preoccuparsi maggiormente dell’agenda di Teheran.

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