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Diritto di critica | May 13, 2021

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Egitto, cronaca di una rivolta annunciata

Golpe in EgittoMilioni di persone in piazza Tahrir festeggiano la caduta del governo islamista, fuochi d’artificio illuminano il cielo del Cairo, una grande festa che coinvolge milioni di egiziani di tutte le età, classi sociali, ideologie e fedi ma che è stata da alcuni definita “golpe”.

L’intervento dell’esercito. L’esercito aveva dato a Morsi 48 ore per risolvere la crisi tenendo conto delle richieste del popolo e includendo tutte le parti. L’ex presidente egiziano ha però respinto l’ultimatum con un discorso dai toni accesi, definendo i manifestanti “fulul” (partigiani dell’ex regime), sfidando l’esercito e facendo più volte riferimento a una presunta legittimità del suo governo col termine “shariya” (legittimità) ripetuto fino allo sfinimento, tanto da meritarsi alcune vignette satiriche da parte dell’opposizione. Scaduto l’ultimatum i militari sono entrati in azione, inizialmente penetrando negli edifici della tv di Stato ed evacuando tutto il personale ritenuto non indispensabile per la diretta. Successivamente si sono posizionati in vari punti strategici della città, tra cui ponti, piazze, ministeri e attorno al palazzo presidenziale.

“Tutelare la volontà popolare”. Nel frattempo i vertici delle forze armate si sono riuniti assieme a esponenti religiosi e politici di vari schieramenti per discutere la possibile soluzione alla crisi e in serata hanno indetto un comunicato. Il comandante in capo delle forze armate Abdel Fattah al-Sissi ha trasmesso un discorso in diretta tv, affiancato da diverse personalità militari, politiche e religiose, dove ha spiegato che l’esercito è stato obbligato ad intervenire per tutelare la volontà popolare.

La Costituzione sospesa. Al-Sissi ha illustrato la road map secondo la quale, dopo una fase di transizione, è previsto un ritorno alle urne per delle elezioni presidenziali anticipate. La Costituzione è stata temporaneamente sospesa e i poteri andranno al presidente della Corte Costituzionale, Adly Mansour. Nel frattempo sarà emesso uno statuto che garantirà la trasparenza nella gestione del paese. Il grosso problema della contestatissima Costituzione “Morsiana”, oggi congelata, risulta essere quello di non tenere conto di tutte le varie sfumature che compongono la società egiziana. Una Costituzione definita dall’opposizione come fatta ad hoc per i Fratelli Musulmani, che non tiene conto delle minoranze, né dei diritti della popolazione femminile. Una Costituzione tra l’altro votata dal 64% di un terzo della popolazione, visto che gli altri due terzi non ne riconobbero la legittimità.

Tv oscurate e bloccati i Fratelli. Subito dopo il comunicato sono state oscurate la tv della Fratellanza, Misr 25, e due emittenti vicine ai salafiti, el Hafez ed el Naas. È stato inoltre emanato un decreto che vieta l’espatrio a una trentina di membri dei Fratelli Musulmani tra cui il leader Mohamed Badie, poi  Khairat el-Shater, Essam al-Erian e Mohamed al-Beltagy.

“Un golpe”. Morsi dal canto suo continua ad affermare di essere il legittimo presidente d’Egitto e invita i propri sostenitori a non accettare la road map, opponendovisi in modo pacifico.  I Fratelli Musulmani nel frattempo accusano l’esercito di aver messo in atto un golpe che stravolge un governo legittimo ed eletto dagli egiziani attraverso delle libere elezioni, ma ciò che è accaduto oggi può veramente definirsi “golpe”?

Morsi, “un leader eletto dal popolo”. Morsi vinse le elezioni con il 51% circa di un 60% di votanti (circa 13 milioni di voti), un voto definito da molti “col naso tappato” in quanto il leader del FJP era l’unica alternativa ad Ahmed Shafiq, il quale rappresentava l’ex regime di Mubarak.

La nuova piazza Tahir. Il movimento Tamrod in due mesi ha raccolto oltre 20 milioni di firme per destituire Morsi ed ha portato nelle piazze delle principali città egiziane milioni di persone che hanno chiesto a gran voce le dimissioni del governo. In piazza c’erano tutti, vecchi e giovani, membri di tutte le classi sociali, laici, religiosi, persino donne in niqab. Tutto ciò è il risultato di un anno di politiche fallimentari ed irresponsabili da parte di un governo che ha pensato più agli interessi della propria lobby che a quelli di una popolazione in preda a una delle più devastanti crisi economiche della storia del paese.

“La rivolta della fame”. L’islamologo ed esperto di Egitto, Paolo Gonzaga, lo aveva previsto due mesi fa: “Una situazione politica esplosiva e con il paese sull’orlo della fame, ci indica che presto in Egitto, a nostro avviso scoppierà una nuova fase rivoluzionaria dirompente. La rivoluzione in realtà non è mai finita, e gli stessi attivisti continuano giustamente a ripetere che la ‘rivoluzione continua’, ‘al thawra mustamirra’. Ma forse presto assisteremo ad un tale livello di conflittualità, dovuto al deteriorarsi delle condizioni materiali di vita a livelli talmente insopportabili che la rivolta generalizzata non può che diventare il naturale sbocco di queste contraddizioni e della rabbia di una popolazione affamata. Un anno fa scrissi che l’Egitto presto avrebbe assistito alla “rivolta della fame”. Ho la sensazione che il momento si stia avvicinando”.

Un anno di fallimenti. Infatti, un calo drammatico del turismo e degli investimenti esteri, un governo incapace di mettere in atto le riforme necessarie per incentivare gli investitori privati, le riserve di valuta straniera a picco, la persecuzione dei giornalisti accusati di “insultare il presidente”, tutti elementi che hanno caratterizzato un anno di fallimenti e oggi il governo della Fratellanza ne ha pagato le conseguenze.

Un Morsi, sempre più solo, abbandonato da ministri e portavoce, criticato anche da al-Azhar e dai salafiti di Hizb al-Nour, era troppo sicuro di quell’appoggio da parte di un’amministrazione Usa che aveva investito molto nei Fratelli Musulmani, ma che ben poco ha potuto davanti a una rivolta popolare mai vista prima nella storia dell’ Egitto.