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Diritto di critica | June 22, 2022

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Royal Baby. O la fine della realtà - Diritto di critica

royal-baby-268x200di Francesco Ruffinoni

Tre chili e ottocento grammi. Basta poco, insomma, per catalizzare l’attenzione della società globale. Sì, perché George Alexander Louis, principe di Cambridge, a differenza di quanto dice qualcuno, è già una celebrità: la versione de-secolarizzata delle starlet di Hollywood, dei vip mondani. Pare che il mondo, improvvisamente, si sia fermato. Guerre, calamità, crisi economica sembrano, per un momento, alle spalle: lavate via da un colpo di spugna, dal sorriso di un infante inglese. Un infante speciale, naturalmente. Un bambino destinato a governare il casato più longevo d’Europa e a reggere una delle nazioni più potenti al mondo.

Quel che stupisce (ma neanche troppo), è la fine della realtà. Come detto, sembra che le notizie della Terra si esauriscano in quel corpicino rannicchiato e sonnecchiante. Ovviamente, non è così. Non sono le notizie che latitano, sono giornali e telegiornali a parcellizzare le informazioni indirizzandole verso quella che appare come l’unica grande novità delle ultime settimane. Come non parlare della felicità di Casa Windsor, dei quarantuno colpi di cannone dell’artiglieria a Green Park e dei sessantuno alla Torre di Londra (in onore del neonato, of course), dell’ambizioso arrivismo di Carole Middleton (la nonna che crescerà il bimbo), o di Lady Diana? Certo, pure di Lady D., perché quando si parla dei Windsor ogni cosa fa brodo e qualunque pretesto è buono per estrarre dal cappello magico anni di gossip e pruriginose curiosità a proposito della dinastia più chiacchierata in assoluto. Tutto condito, ovviamente, con il solito buonismo borghese, sentimentale e stucchevole. Un buonismo che modella, deforma e trasfigura la realtà stessa. Un buonismo per il quale una casata dal passato pieno di ombre, può risultare simpatica e per il quale una mamma, visibilmente esausta causa parto, può essere descritta come “rilassata”.

Ma, per non cadere nel gioco retorico dell’anti-retorica (anticamera del moralismo spiccio), è necessario dire che, dopotutto, non è tanto l’interesse dei media a preoccupare. Si sa: un buon giornale per essere tale deve vendere e saper vendersi, così da avere un pubblico di lettori. Quel che è veramente imbarazzante è la morbosa attenzione della classe media. Quella middle class così all’erta, spesso, nel carpire e denunciare una parola di troppo detta contro il preservativo, l’aborto o contro qualsiasi imprescindibile diritto umano, garante, per loro, della libertà individuale e della laicità dello stato moderno. Questa attenzione reca con sé una certa sudditanza psicologica, inconscia, ma ben radicata. Una “sudditanza laica” che cela, però, gli stessi meccanismi di una sudditanza religiosa (curioso, a tal proposito, come il futuro re sarà pure capo della Chiesa d’Inghilterra). Questa società ama tanto definirsi laica e libera, ma basta una nascita regale per cadere nel gioco ovattato dell’idolatria. Al via, dunque, con la retorica dei “Middleton d’umile origine”, col mito di “Kate la commoner”, di “queen Elizabeth una di noi” e di tante altre frasi e locuzioni pensate apposta per nobilitare ancor di più la nascita del piccolo principe. E via, soprattutto, con i regali. Un coccodrillo, per esempio, donato dall’Australia, con buona pace di David Icke.

 

Ma i Windsor non sono cambiati. Se c’è qualcosa che va riconosciuto loro, è l’orgogliosa compostezza, la loro immutabile stabilità. Una stabilità che si adegua, ma che non cambia. Forse, in realtà, è la gente comune che percepisce la casata reale in maniera diversa. È la gente comune, la sopracitata classe media, che ha mutato il proprio sentire verso Elisabetta e la sua corte. Gli individui di questa società, sempre più poveri e sempre più soli, hanno sempre più bisogno di identificarsi con qualcuno o qualcosa dalla forte carica simbolica. Spesso, però, per comodità, preferiscono rendere il simbolo simile a loro, normalizzarlo (anche se si sa che normale non è), anziché rendere loro stessi simili a lui. Questa è l’amara verità. Ma, se servono a qualcosa (o a qualcuno), ben vengano anche le illusioni e ben vengano pure re, regine, principi, paggi e trombettieri. Auguri vivissimi, dunque, al Royal Baby, futuro sovrano del Regno Unito. George Alexander Louis, ovvero, parafrasando l’arcivescovo di Canterbury: uno dei tanti bambini che nascono a questo mondo.