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Diritto di critica | July 29, 2021

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Ma la rivoluzione siriana è finita in mano ai jihadisti

jabatDonne, bambini e anziani massacrati da Jabhat al-Nusra. Secondo il Syrian Observatory for Human Rights nella giornata di martedì alcuni miliziani appartenenti all’organizzazione jihadista hanno attaccato il villaggio di Maksar al-Hesan, ad est di Homs, uccidendo sedici alawiti e sei beduini.

Secondo il SOHR tra le vittime sono presenti sette donne, tre uomini sopra i 65 anni di età e quattro bambini sotto i 16 anni; cifre confermate da residenti e medici presenti nella zona.

Il direttore dell’Observatory, Rami Abdelrahman, ha dichiarato che le vittime sono state uccise all’interno delle proprie abitazioni e che non avevano nulla a che fare con le milizie filo-Assad o l’esercito regolare siriano, smentendo così le dichiarazioni fatte nella giornata di mercoledì da alcuni attivisti dell’opposizione che affermavano invece il contrario.

Ed è l’ennesimo grave episodio che vede ancora una volta le milizie di al-Nusra responsabili di un massacro. La scorsa settimana infatti  al-Nusra ha preso di mira l’antico villaggio cristiano di Maloula dove ancora oggi si parla l’aramaico. I jihadisti sono entrati in città terrorizzando gli abitanti e minacciando di ucciderli se non si fossero convertiti; dopo qualche ora sono stati costretti a ritirarsi sui monti circostanti da dove hanno preso a cannoneggiare la città, costringendo gli abitanti alla fuga. Mentre mercoledì scorso un kamikaze si è fatto esplodere a un posto di blocco fuori Malula. Secondo fonti locali, i jihadisti non erano siriani ma ceceni, pakistani e arabi.

Secondo quanto dichiarato da attivisti per i diritti umani, tra il 28 luglio e il 2 agosto scorsi al-Nusra ha massacrato 450 civili curdi nelle zone del Kurdistan siriano di Tal Abyad, Tal Hassil e Tal Aran; molte delle vittime sono donne e bambini. Molte le donne curde che hanno chiesto aiuto agli attivisti per i diritti umani a causa delle continue violenze subite per mano dei jihadisti.

Nonostante Jabhat al-Nusra si sia in qualche modo creata la fama di gruppo retto e disciplinato, i fatti sembrano confermare ben altro e paradossalmente uno dei principali ostacoli per la rivoluzione siriana sembra essere proprio il jihadismo di matrice straniera di Jabhat al-Nusra e Stato Islamico di Iraq e Levante; gruppi che hanno in più occasioni attaccato battaglioni dell’Esercito Libero Siriano, colpevole di essersi opposto alle loro strategie e di non averli consultati, come dimostra l’assassinio di Kamal al-Hamami, alto ufficiale dell’Esercito Libero Siriano, ucciso a metà luglio nel porto di Latakia da membri dello Stato Islamico.

I ribelli siriani avevano inizialmente fatto affidamento su al-Nusra in quanto meglio equipaggiata ed addestrata, ben consapevoli però del fatto che prima o poi le forti differenze ideologico-religiose avrebbero portato a uno scontro interno. Gli estremisti salafiti cercano di imporre in Siria uno stato islamico, un corpo estraneo ben lontano dal contesto sociale, culturale e religioso siriano che da sempre si basa sulla reciprocità e la tolleranza. I ribelli erano ben consapevoli di ciò ma quando il fine giustifica i mezzi possono però emergere effetti collaterali tali da compromettere il fine stesso.

C’è da dire che anche le altre milizie anti-regime non navigano certo in buone acque, come ad esempio le brigare al-Farouq, schieramento ben noto e che fa parte del Consiglio Nazionale Siriano.

Il gruppo, ritenuto “moderato” da alcuni analisti di Washington, è più volte finito sotto accusa; nel maggio 2013 il leader di al-Farouq, Abu Sakkar, venne ripreso mentre estraeva e mangiava organi interni di un nemico ucciso; gesto emulato anche da un altro leader del gruppo, Khalid al-Hamad, come dichiarato da lui stesso in un’intervista al Times.

Anche il gruppo responsabile del sequestro di Domenico Quirico e Pierre Piccinin risulta legato alle brigate al-Farouq e il racconto dell’inviato della Stampa sulla sua prigionia mette in evidenza l’estrema brutalità perpetrata dai suoi miliziani, con due finte esecuzioni e diverse torture.

Pochi giorni fa il New York Times ha poi rilanciato un filmato che mostra l’esecuzione di alcuni soldati del regime per mano di alcuni ribelli nei pressi di Idlib; ribelli che sembrano aver interiorizzato gli stessi metodi violenti e repressivi del governo contro cui combattono.

Le immagini di quei pacifici manifestanti che nel 2011 venivano massacrati soltanto perché chiedevano libertà e dignità sembrano lontane anni luce. La Siria è ormai diventata terreno di scontro per milizie di ogni genere e provenienza. I veri interessi del popolo siriano sembrano da tempo essere stati dimenticati per lasciar spazio a una lotta intestina talmente contorta e confusa che non risulta nemmeno chiaro chi potrebbe trarre vantaggio da un potenziale intervento armato.