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Diritto di critica | September 17, 2021

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E in Egitto Mursi rischia la pena di morte - Diritto di critica

mursiSi è aperto lunedì 4 novembre al Cairo il processo a carico di Mohamed Mursi, l’ex presidente egiziano del partito dei Fratelli Musulmani “Freedom and Justice”, deposto con una sommossa popolare appoggiata dall’esercito lo scorso 3 luglio. Mursi si è presentato all’udienza presso un’aula bunker della Cairo Police Academy, la stessa dove venne processato Hosni Mubarak, in completo scuro, rifiutandosi di indossare l’uniforme carceraria e ribandendo per l’ennesima volta di essere il “legittimo presidente d’Egitto”.

Una volta entrato in aula ha alzato le braccia in aria per cercare gli applausi dei suoi sostenitori e ha fatto con la mano il segno delle quattro dita di Rabaa al-Adawiyya, associato al movimento islamista. Mursi ha poi ordinato al giudice di porre fine a quello che lui ha definito “processo-farsa”, aggiungendo di trovarsi in tribunale contro la propria volontà.

Il comportamento di Mursi, il suo rifiuto di indossare l’uniforme bianca obbligatoria per gli imputati, le continue interruzioni, il tono intimidatorio, il suo continuo rivolgersi in modo aggressivo verso i giudici e il conseguente caos generato in aula hanno obbligato la corte a riaggiornare il processo all’8 gennaio. Mursi è stato poi trasferito in un carcere di massima sicurezza in una zona remota del deserto vicino ad Alessandria.

Quella dell’ex presidente egiziano appare come una vera e propria sindrome napoleonica, come dimostra il suo autoproclamarsi a tutti i costi “presidente legittimo” nonostante l’estromissione a furor di popolo e il suo continuo riferimento al ripristino di una democrazia mai esistita sotto gli “Ikhwan”. Un governo andato al potere dopo elezioni tutt’altro che trasparenti e in presenza di una Costituzione che non tutelava minimamente le minoranze, che non teneva conto delle varie sfumature che compongono la società egiziana; una Costituzione, tra l’altro, approvata dal 64% dei votanti in un referendum al quale ha partecipato soltanto un terzo degli aventi diritto.

Un anno fallimentare per il governo dei Fratelli, dimostratisi molto più preoccupati di inserire i loro uomini in posizioni chiave e molto meno attenti alle reali esigenze del popolo che, superato il limite, si è rivoltato. Dopo un mese e mezzo l’esercito non ha potuto fare altro che intervenire, ma non prima di aver più volte invitato i manifestanti ad abbandonare le piazze.

Mohamed Mursi, insieme ad altri leader dei Fratelli Musulmani egiziani, è accusato di incitamento alla tortura e all’uccisione di manifestanti dell’opposizione in occasione dei gravi fatti del dicembre 2012, quando era ancora in carica. In seguito al colpo di mano con il quale Mursi si era attribuito ad inizio novembre 2012 tutti i poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, giustificando il provvedimento come atto necessario per la salvaguardia della rivoluzione, la popolazione era scesa in piazza per protestare contro il governo dei Fratelli Musulmani; la risposta delle autorità era stata violentissima.

Drammatiche le testimonianze di alcuni superstiti che hanno raccontato di essere stati aggrediti, torturati e picchiati a sangue da gruppi filo-Fratelli fuori del Palazzo Presidenziale. Numerosi i filmati pubblicati in rete, come quello dove alcuni gruppi filo-Fratelli attaccano il pacifico sit-in dei manifestanti anti-Mursi o quello dove si intravedono strani personaggi che conducono veri e propri interrogatori nei confronti di manifestanti feriti. Ci sono poi ulteriori accuse per le torture avvenute ai sit-in degli islamisti a Rabaa al-Adawiyya tra giugno e luglio 2013, torture ampiamente documentate anche da alcuni rapporti di Amnesty International.

Una situazione molto seria dunque per Mohamed Mursi e il suo entourage in quanto, se riconosciuti colpevoli, rischiano l’ergastolo e persino la pena di morte.