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Diritto di critica | December 3, 2021

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''No al gas Usa in Europa''. E la Ue apre a fracking

Le lobby americane non vogliono cedere il gas statunitense ai partner europei. Così l'Europa pensa alle sabbie bituminose e allo shale gas

Il sogno dell’Europa di liberarsi dalla morsa russa per ora rimane, appunto, un sogno. Infatti, è lo stesso Obama a gelare le aspettative dei vari leader del Vecchio continente: gli Usa non possono e non vogliono esportare il proprio gas, per il momento. Alla difficoltà di trasporto (dovrebbe essere spostato su navi cisterna dopo averlo liquefatto) si aggiunge anche la resistenza di lobby interne statunitensi. Il gas americano è decisamente sovrabbondante. Tant’è che gli Stati Uniti hanno superato la stessa Russia per la quantità estratta. Eppure il gas viene impiegato quasi esclusivamente per il mercato interno. Ciò avviene perché la sovrabbondanza di gas comprime i prezzi dell’energia, favorendo (o forse drogando) la produzione industriale interna.

Le resistenze delle lobby americane. Così Obama deve, da una parte, far fronte ad esigenze geopolitiche che richiamano ancora una volta gli Usa alle proprie responsabilità assunte in Europa, e dall’altra far fronte alle potenti lobby economiche interne che guardano più al boom economico che ad un ragionamento su scala geografica e temporale ben più ampia. D’altronde, se oggi le industrie americane possono pagare l’energia prodotta con la combustione del gas un terzo rispetto ai mercati mondiali, in pochi sarebbero disposti a rinunciare a questo formidabile vantaggio in termini di competitività sui mercati globali.

Le nuove (inquinanti) tecnologie. Gli Usa hanno raggiunto l’indipendenza energetica grazie all’impiego di nuove tecnologie estrattive, soprattutto in materia di gas. Una tecnica, fortemente contestata dagli ambientalisti, è il fracking, che impone l’uso di grandi quantità d’acqua e solventi per separare il gas (detto shale gas) dalle rocce. Questa tecnica, che produce effetti sull’ambiente soprattutto con l’inquinamento delle falde acquifere, ha permesso negli ultimi anni agli Usa di diventare uno dei principali paesi estrattori di idrocarburi.

Ma la Russia “serve”. Gli Usa sono da sempre poco propensi a condividere le proprie risorse energetiche con i partner mondiali. Questo aspetto ha però avuto serie ripercussioni negli ultimi anni in Europa, sul piano geopolitico. L’Italia, la Germania e la Francia sono state costrette a guardare al di là della vecchia “cortina di ferro” (in realtà l’Italia aveva già rapporti di questo tipo con l’Urss attraverso l’Eni), per garantirsi quel fondamentale approvvigionamento energetico necessario non solo per scaldare le proprie abitazioni in inverno, ma anche per garantire competitività alle proprie imprese. Sono proprio questi i paesi che oggi sono più restii a infliggere pesanti sanzioni a Mosca per l’occupazione della Crimea. Più agguerriti, invece, sono i paesi dell’Est europeo, gli stessi che da una possibile interruzione di forniture di gas dalla Russia potrebbero ritrovarsi senza energia e riscaldamento. I paesi baltici e la Finlandia sarebbero i paesi più colpiti con riduzioni di forniture di gas dell’80%. Ma non va troppo meglio a Polonia, Grecia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania.

Ora l’Europa vuole imitare gli Usa. Vista la situazione e per via della pressione di Putin lungo i confini orientali dell’Ucraina, la Ue sembra orientarsi a dar vita ad una politica energetica comune. Di necessità, virtù. A costo di imitare gli Usa, eliminando alcune norme salva-ambiente. In primo luogo la Germania (dove i verdi hanno un peso politico considerevole) apre – ma con una certa diffidenza – all’uso del fracking sul proprio territorio nazionale e presto altri paesi potrebbero seguire la Merkel. Ma la scelta maggiormente condivisa è la riclassificazione del petrolio estratto dalle sabbie bituminose canadesi, da idrocarburo vietato (perché molto inquinante) a lecito. Non si può dipendere così tanto dalla Russia di Putin. È questo il succo della relazione di Matteo Renzi al G7 di Bruxelles, accompagnata dalla relazione Ue che invita i paesi membri ad identificare come centrale per la prossima Commissione la politica energetica comune.

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