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Diritto di critica | October 24, 2021

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L'Iraq è nel caos, ma sui media italiani non se ne parla

A oltre dieci anni dalla fine della guerra, il Paese è sull'orlo del baratro. E i jihadisti avanzano

L’Iraq è schiacciato tra l’offensiva dei jihadisti dello Stato Islamico di Iraq e il Levante (Isil) e i bombardamenti ordinati dal premier sciita Nouri al-Maliki.
La scorsa settimana, mentre i leader iracheni discutevano sulla formazione di una nuova coalizione di governo, un bombardamento aereo su Falluja ha causato una trentina di morti.
A condurre il raid è stato l’esercito di Baghdad, con l’obiettivo di debellare i militanti dell’Isil che hanno il controllo della zona occidentale del Paese dallo scorso dicembre.
Nonostante l’esercito iracheno insista sul fatto che gli obbiettivi dei raid erano prettamente legali alla guerriglia jihadista, attivisti della Human Rights Watch sostengono che nelle aree colpite c’erano anche molti civili.

 L’Isil a Ramadi e Falluja
Dalla fine di dicembre del 2013 l’Isil è riuscito a prendere il controllo di Ramadi e Falluja; quest’ultima in particolare ha un grande significato simbolico per i jihadisti visto che nel marzo e novembre 2004 l’ex al-Qaeda Iraq (successivamente diventato Isil) fu protagonista della duplice “battaglia di Falluja“.
Il cosidetto “corridoio Ramadi-Falluja” ha inoltre un’enorme importanza strategica visto che si trova a soli 35 chilometri dall’aeroporto di Baghdad ed è anche vicino alla principale autostrada che porta in Siria e Giordania, percorsa da gran parte dei convogli che portano rifornimenti verso la capitale, Baghdad.
E’ dunque da cinque mesi che l’esercito iracheno non riesce più a riprendere il controllo della città di Falluja. La formazione jihadista, forte del sostegno di una serie di milizie tribali, ha inoltre lanciato un’offensiva sulla provincia di Anbar, al confine con la Siria, per colpire altre tribù che dal 2006 si oppongono all’egemonia qaedista nella zona.

Un maggio di fuoco
L’11 maggio una vasta operazione dell’esercito iracheno a Falluja, con tanto di colpi di artiglieria pesante verso le zone abitate, aveva causato la morte di 17 persone.  La Cnn aveva documentato il bombardamento di moschee e abitazioni, con la conseguente fuga verso nord di migliaia di persone. Secondo il dottor Ahmed Ammar, del Falluja General Hospital, il 90% della popolazione era fuggita dai centri abitati e l’ospedale era ormai privo del materiale primo necessario per soccorrere i numerosi feriti. Ammar aveva inoltre accusato direttamente il pm Maliki domandandosi per quale motivo l’esercito continuasse a bersagliare la città e le zone residenziali, mentre i jihadisti si nascondevano fuori città.
Lo scorso 24 maggio lo Stato maggiore dell’esercito iracheno aveva annunciato l’uccisione, a Falluja, di 80 jihadisti dell’Isil. L’operazione, secondo fonti governative, era stata condotta da uomini dell’esercito e delle forze speciali e avrebbe portato, alla morte di almeno quattro aspiranti attentatori suicidi.
Tre giorni dopo Human Rights Watch aveva dichiarato che l’esercito iracheno avrebbe utilizzato le famigerate “barrel bombs” (bombe imballate in fusti di grandi dimensioni) durante i bombardamenti contro i jihadisti a Falluja, colpendo anche l’ospedale della città; notizia successivamente smentita da un portavoce dell’esercito iracheno.  All’inizio di Maggio HRW aveva rilasciato un rapporto dove si faceva riferimento ad altri attacchi dell’esercito con le “barrel bombs”, ascoltando anche le testimonianze di alcuni residenti di Falluja. Erano inoltre comparse foto e filmati di ciò che parevano essere rimanenze di tali armamenti.
In linea generale le forze di sicurezza irachene affermano di aver ucciso centinaia di jihadisti dell’Isil da inizio anno, nell’area di Falluja e Ramadi; fatto sta che la zona è tutt’ora nelle mani dei miliziani e l’esercito non è ancora riuscito a riprenderne il controllo, come dimostrano chiaramente i bombardamenti dei giorni scorsi.
I fatti parlano chiaro, dal 2011 l’Isil è riuscito a riconquistare il territorio precedentemente perso dai jihadisti ed è ora giunto alla fase successiva, nella quale sta cercando di assicurarsi il pieno controllo del corridoio Falluja-Ramadi, che è di fondamentale importanza strategica sia per il progetto di uno “Stato islamico” che unisca Iraq e Siria.
E’ proprio in Siria poi che l’Isil si è assicurato una solida base, precisamente nella città centro-settentrionale di ar-Raqqa, diventando il principale “spauracchio” del Fronte Islamico e delle altre formazioni jihadiste che si oppongono ad Assad, pur combattendo allo stesso tempo il regime siriano.

L’Isil, un pericolo anche per l’Europa
Noto per le sua spietatezza, per le esecuzioni sommarie e per l’utilizzo di attentatori suicidi, l’Isil è considerato dai governi occidentali il gruppo jihadista più pericoloso e meglio organizzato e armato.
Il suo leader, Abu Bakr al-Baghdadi, figura tra i tre terroristi più ricercati dal governo statunitense, che ha offerto per la sua cattura una taglia di 10 milioni di dollari.
Al-Baghdadi entra presto nei ranghi di al-Qaida in Iraq, quando era ancora diretta dal giordano Abu Musab al-Zarqawi. Nel 2005 diviene noto come l’ “Emiro di Rawa” e presiede l’attività di “tribunali islamici” che avevano l’obiettivo di intimidire le popolazioni locali che si opponevano ai jihadisti.
L’Isil ha inoltre tra le sue fila numerosi stranieri, molti dei quali europei ed è proprio per questa ragione che i servizi di sicurezza occidentali sono particolarmente preoccupati per un eventuale ritorno in Europa di quei combattenti che militano con i jihadisti di al-Baghdadi e che potrebbero diventare un serio pericolo per la pubblica sicurezza.

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