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Diritto di critica | January 29, 2022

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L'addio di Napolitano, tra luci e qualche ombra

Se ne va lasciandosi alle spalle il peso di un ruolo centrale durante la dura crisi che ha colpito l'Italia. Senza però dimenticare la firma del Lodo Alfano

di | 15 Gen 2015Aggiungi questo articolo al tuo Magazine su Flipboard

LA RIELEZIONE AL COLLE. In mezzo c’è l’avvenimento che forse consegnerà alla memoria storica la sua figura di Capo dello Stato: la rielezione al Colle del 22 aprile 2013, quando, a fronte dell’impasse totale raggiunta dopo il siluramento di Prodi ad opera dello stesso Pd e la mancanza di un nome condiviso, una coalizione bipartisan si recherà dallo stesso Napolitano pregandolo di togliere le castagne dal fuoco concedendo quel bis che  il diretto interessato aveva sempre escluso.

Secondo i detrattori, in realtà, si tratterebbe solo di una messinscena per celare una manovra già decisa in partenza. Fatto sta che alla fine Giorgio Napolitano verrà rieletto al sesto scrutinio con 738 voti e succedendo a se stesso diventerà l’11esimo Presidente della Repubblica italiana. Ma del suo discorso, durissimo e sferzante nei confronti di tutto l’arco partitico, si parlerà per giorni. Alla politica incapace che abbassa la testa umiliata e costernata dai rimproveri, Napolitano raccomanda di portare avanti le riforme e i cambiamenti di cui il Paese ha bisogno. Dopo due anni quelle esigenze non hanno trovato risposta e forse è anche per questo che il due volte Presidente della Repubblica ha deciso di dimettersi, oltre che per gli evidenti limiti d’età.

UN BILANCIO DIFFICILE. A caldo è molto difficile fare un bilancio del complesso operato di un Presidente a cui è toccato rappresentare lo Stato italiano in un periodo come gli ultimi nove anni. In cui, alla consunzione del senso intrinsecamente attribuito dai padri costituenti alle istituzioni repubblicane, si è venuta a sommare, per tante ragioni, una congiuntura economico finanziaria peggiore di quella del ‘29.

UNA FIGURA INGOMBRANTE. Probabilmente pochi all’inizio della sua avventura al Colle avrebbero creduto di trovarsi di fronte la figura che conosciamo oggi. Vale a dire un uomo forte e coriaceo, un combattente che non indietreggia di fronte alle critiche durissime di cui è stato oggetto e neppure dinanzi ad alcune circostanze a dir poco imbarazzanti. Un presidente poco amato da tutti gli inquilini di palazzo Chigi, che in lui hanno spesso visto un pungolo e un ostacolo, quando non anche una vera e propria spina nel fianco.

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