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Diritto di critica | October 24, 2021

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Arsenico killer per uomo e ambiente, Italia in cima alla lista nera - Diritto di critica

La mappatura della Penisola rivela, secondo uno studio del Cnr, 4 aree contaminate tra Toscana, Lazio, Puglia e Sicilia

È un semimetallo potenzialmente tossico, classificato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “sostanza cancerogena per gli esseri umani”. Eppure di arsenico è piena l’Italia, così come di altri metalli individuabili in natura o che finiscono nell’aria e nelle falde acquifere a seguito di lavorazioni industriali. L’allarme lanciato negli ultimi giorni dall’istituto di Fisiologia Clinica del Cnr riguarda in particolare quattro aree del nostro Paese soggette ad un’esposizione elevata di questo materiale: la zona del Monte Amiata (tra le province di Siena e Grosseto), il viterbese, Taranto e Gela.

Un recente biomonitoraggio effettuato dai ricercatori ha infatti evidenziato, anche attraverso esami clinici su un campione di quasi trecento persone, concentrazioni di arsenico superiori al limite “consentito” in un caso su quattro: «Le aree sono state scelte in base al tipo di inquinamento cui erano soggette – ha dichiarato il dirigente di ricerca del Cnr, Fabrizio Bianchi – in particolare, l’Amiata e il viterbese hanno un inquinamento di tipo naturale, poiché l’arsenico è presente nelle rocce, nei sedimenti e nell’acqua (il fattore di rischio riguarda quindi il consumo di acqua e la contaminazione degli alimenti). A Taranto e Gela, invece, esso deriva da attività dell’uomo, come ammettono le stesse industrie locali, che emettono quintali di arsenico nell’ambiente». Diverse le percentuali di concentrazione: peggio il sud, con Taranto al 40 per cento e la città siciliana al 30. Nei dintorni di Viterbo e sul monte Amiata, invece, i valori scendono al 15 e 12 per cento.

L’arsenico è stato utilizzato in passato in composti per insetticidi e parassitari, nel trattamento del legno per infissi esterni (molte strutture in legno sono ancora in piedi, ed è importante non bruciarle per non produrre la cenere, altamente tossica), ed è ancora lavorato nella realizzazione di fuochi d’artificio e in alcuni circuiti elettrici. Ma è l’uso industriale a provocare le maggiori conseguenze ambientali e sulla salute. Registrati i dati sulle quattro zone a maggiore rischio, quale sarà la prossima mossa? «Abbiamo anzitutto sottomesso un protocollo di presa in caricodei soggetti con valori più elevati, che è già stato approvato dal Ministero della Salute – spiega Bianchi – Quello che suggeriamo è di intervenire al più presto per rimuovere o diminuire il più possibile le fonti da esposizione primaria, tra cui gli stabilimenti che riversano arsenico nelle falde acquifere. E poi è assolutamente necessario continuare e ampliare il biomonitoraggio, così come avviene negli Stati Uniti e in molte nazioni europee».

L’Unione Europea già da tempo, attraverso la direttiva 2000/60, invita i Paesi membri a disciplinare e tutelare le acque di fiumi, laghi e mari, riducendo in progressione gli scarichi industriali diretti. Ma in Italia il messaggio non arriva, e la situazione delle emissioni di arsenico e altri metalli è allarmante, soprattutto a causa della discutibile qualità degli impianti e dei scarsi controlli ambientali effettuati sul territorio. Ancora nel 2011 i dati di Legambiente parlano di 140 tonnellate di sostanze (compresi, tra gli altri, piombo, cromo, rame e zinco) finite direttamente nelle acque, di cui 4,85 solo di arsenico.

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