Editoriale: “Se non ora quando?”: l’occasione persa

Sono convinto che ieri, almeno in piazza del Popolo a Roma, si sia persa un’importante occasione. Perché durante la mobilitazione “Se non ora quando?”, nessuna delle donne ha ricordato che per loro natura subiscono una doppia discriminazione. Perché in nessuna delle mail lette all’inizio si è parlato delle lesbiche. Perché nessuna ha ricordato che alcune donne oltre alla discriminazione di genere subiscono anche quella sulla base dell’orientamento sessuale. E infine nessuna si è ricordata che le tanto invocate pari opportunità a volte significano una battaglia da fare su una salita a doppia pendenza.

Se non ora, quando ci si renderà conto che le battaglie per i pari diritti, per la pari dignità, per le libertà e l’autodeterminazione devono includere davvero tutte? Perché si sono ricordate le donne che non riescono a fare carriera ma dimenticate quelle mobbizzate per il loro orientamento sessuale; si sono ricordate le donne che vivono in territori in guerra sulle quali si utilizza lo stupro come strumento bellico ma si sono dimenticate quelle che anche nei Paesi più occidentali e democratici sono vittime di stupri correttivi; si sono ricordate le donne che attraversano il deserto e il Mediterraneo per sfuggire alla fame e alla povertà, non specificando che tra queste ce ne sono molte che fuggono perché vittime della persecuzione omofobica; non si è ricordato che la grave infamia del delitto d’onore ha riguardato spesso anche lesbiche; si sono ricordate le donne precarie che fanno difficoltà a metter su famiglia ma si sono dimenticate quelle che secondo molti una famiglia non possono metterla su; si sono ricordate le donne che per la carriera non possono avere figli ma si sono dimenticate quelle a cui non è riconosciuto il diritto alla procreazione; si è ricordata, infine, la figura femminile bistrattata nella pornografia ma si è dimenticato il lesbismo, doppiamente offeso perché disconosciuto dalla società ma sfruttato come  trasgressivo strumento di piacere per uomini eterosessuali.
Non si può dire “tutte” come si leggeva nel grande striscione calato dal Pincio, se non si riconosce che la battaglia delle donne lesbiche va ricordata per quello che è: una battaglia uguale ma allo stesso tempo diversa, più difficile. Le lesbiche il 13 febbraio dovevano avere una menzione esplicita, nel riconoscimento delle maggiori difficoltà che affrontano nella vita di tutti i giorni.

Se non ora, quando ci si renderà conto che la battaglia per la democrazia deve necessariamente includere quella per i diritti civili delle persone lesbiche, gay e transessuali?
La leader radicale Emma Bonino, sabato pomeriggio al Teatro Valle, in occasione della commemorazione dell’attivista gay ugandese ucciso a fine gennaio, David Kato Kisule, ha ricordato di quando in Egitto, nel 2001, iniziò a collaborare con le organizzazioni in difesa della democrazia, dello stato di diritto, della libertà. In quel periodo venne arrestato un gruppo di omosessuali che avevano come punto di ritrovo un barcone sul Nilo. Bonino propose a quelle organizzazioni di occuparsi anche di quel caso ma si trattava di omosessuali e non se la sentirono, disertarono il processo contro quegli uomini come se non fosse anche quella una battaglia di libertà, di diritti della persona, di democrazia. Ho l’impressione che a piazza del Popolo a Roma sia stato commesso lo stesso errore.

Se non ora, quando la società civile che scende in piazza per chiedere democrazia, libertà e pari dignità per tutte e tutti si renderà conto che la battaglia per i diritti delle persone e delle coppie lgbt è a pieno titolo una battaglia con gli stessi obiettivi?  Non serve dire che non si fanno distinzioni e che quindi è inclusa, a volte – quando c’è il lecito dubbio che dietro ci sia qualche “fobia” – è necessario specificare tutte le varie declinazioni che la lotta assume.
Se non ora, quando la società civile si ricorderà e riconoscerà il contributo che il movimento di liberazione omosessuale, insieme a quello per i diritti di altre minoranze, ha dato, nei decenni, alla lotta per il progresso democratico? Se non ora quando le donne si ricorderanno del grande contributo del movimento lesbico alle battaglie femministe?

Un risposta c’è: se non è stato ieri nelle centinaia di piazze italiane potrà essere con tutti i gay pride, a partire dall’Europride dell’11 giugno a Roma. Perché non è un caso che tra le parole d’ordine di queste manifestazioni ci sia sempre la parità, la dignità e la libertà. Per tutte e tutti.

(Tutte queste riflessioni sono fatte da un uomo, prima ancora che da un gay. E non è un dettaglio.)

Di Andrea Tornese

Classe 1981, giornalista professionista. Abruzzese di nascita, romano d’adozione. Come praticante ho svolto stage presso la redazione esteri e di New York dell’ANSA e presso ANSAmed. Tuttora collaboro con la rivista di cultura “Tempo Presente” e con la Fondazione Giacomo Matteotti Onlus. Interessato di politica e dei temi del movimento gay, nel quale sono impegnato da diversi anni, nel 2007 ho dato vita, insieme ad un gruppo di amiche e amici, all’aggregatore di blog LGBT, GayToday.it.