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Diritto di critica | September 17, 2021

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La storia di Gammy e l'egoismo dell'Occidente

di Francesco Ruffinoni

Ci sono storie di cronaca così viscide che non si sa bene da che parte incominciare a narrarle: si corre il rischio di scivolare. Ma la storia di Gammy, di sua sorella e di sua madre, pesa sulle nostre coscienze, occidentali e libere, perché, volenti o nolenti, è una storia che ci riguarda.

La vicenda in questione è ormai nota: una ricca coppia di australiani si avvale dell’utero di una povera thailandese di ventuno anni, Pattaramon Chanbua, per poter avere un bambino: alla donna vengono promessi l’equivalente di oltre 10mila euro (che, si scoprirà poi, non le verranno versati del tutto). Durante la gravidanza, però, gli esami evidenziano che la donna aspetta due gemelli dei quali uno affetto dalla sindrome di Down: per questo motivo la coppia vorrebbe che la giovane abortisse, ma lei rifiuta. Sei mesi fa la donna ha dato alla luce due neonati: un maschio e una femmina. I genitori australiani hanno preso con loro la femmina, lasciando alla madre surrogata il maschio, di nome Gammy.

La notizia, fra accuse e smentite, ha fatto il giro del mondo e, celermente, ha riscosso l’indignazione dell’opinione pubblica che, tramite l’ hashtag #Gammyparents e il sito web Hope for Gammy, si è mobilitata per raccogliere fondi per la mamma e il bambino, in quanto il piccolo presenta una grave malformazione al cuore (per la quale dev’essere operato) e un’infezione polmonare che le condizioni economiche della madre, alle soglie della miseria, non permettono di curare. La donna, che mai ha pensato di abbandonare il figlio malato, vive  in un sobborgo periferico di Bangkok, possiede un ristorantino di strada a Chonburi, a 90 km dalla capitale e ha altri due figli a carico. Grazie alla campagna di solidarietà, vengono raccolti oltre 200mila dollari australiani, circa 100mila euro, due terzi di quelli necessari per l’operazione. Le dinamiche della vicenda, che causa pure un’incrinatura nei rapporti diplomatici fra Thailandia e Australia, paiono essere parzialmente smentite dalla coppia che prima dichiara di non aver saputo, al momento della nascita, dell’esistenza del bimbo malato, per poi affermare che, essendo venuta a conoscenza delle scarse possibilità di sopravvivenza del neonato, ha preferito non portalo con sé. Su queste due versioni contraddittorie, pesa il passato del padre, l’ultracinquantenne David Farnell, condannato nel 1998 per aggressioni sessuali nei confronti di bambine: una condanna scontata in carcere. Proprio per questo motivo, i servizi australiani di protezione ai minori avviano un’indagine per valutare l’idoneità del padre ad avere dei minori in affidamento e per decidere se sottrarre alla coppia la bambina. Pattaramon Chanbua, dal canto suo, si dice pronta a riprendere con sé la figlia, se le informazioni sul passato giudiziario del padre australiano saranno confermate.

Il gesto di David Farnell e di sua moglie Wendy, della cittadina di Bunbury (Australia Occidentale), è stato un atto egoista e indegno: come si può abbandonare la madre gestante alla cura solitaria del figlio malato e scappare col figlio sano? Per non parlare, poi, della doppia morale che ne emerge: se si desidera tanto un figlio non si dovrebbe amarlo per quello che è, anche se gravemente ammalato? Ma, d’altronde, tutto è chiaro: la vicenda del povero Gammy, ancora una volta, fa emergere la tracotanza e la prepotenza di certo ricco Occidente che, spinto da una cieca volontà, crede si possa comprare (e sfruttare) anche la disperazione di una giovane donna, trattata alla stregua di una macchina esecutrice. La vicenda, però, pone pure l’attenzione sulla legittimità della fecondazione artificiale. È lecito superare i limiti imposti dalla natura, in nome di un desiderio che, spesso, si rivela essere un mero capriccio? È etico poter scegliere, a livello eugenetico, le caratteristiche fisiche del nascituro e, nel caso, rifiutarlo o, peggio, eliminarlo? È umano considerare un figlio come una sorta di status sociale, al pari di un’automobile o di uno smartphone? Certamente no, ma si sa: l’uomo è da sempre tentato di coronare il suo personale sogno di onnipotenza.

Quel che rimane, in questa triste vicenda, è l’appello della mamma di Gammy: «Vorrei dire a tutte le donne thailandesi di non entrare nel giro delle madri surrogate. Di non pensare solo ai soldi. Perché se qualcosa va storto, nessuno vi aiuterà e il bambino sarà abbandonato».