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Diritto di critica | March 20, 2019

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La Cina parla spagnolo, in nome del petrolio - Diritto di critica

La Cina parla spagnolo, in nome del petrolio

La Cina guarda con attenzione e timore all’instabilità politica che sta coinvolgendo il Maghreb e i paesi arabi. Intanto continua ad investire nelle aree petrolifere e minerarie di Africa Nera e Sud America, che sta divenendo un vero e proprio avamposto orientale in terra latina.

Questa volta la “preda” è la Colombia, il quinto produttore mondiale di carbone. Pare infatti che Pechino sia in trattativa con Bogotà per la realizzazione di un “corridoio a rotaia” che potrebbe costituire un’alternativa al Canale di Panama, dal quale passa attualmente il 5% del commercio mondiale. È l’ennesima impresa titanica cinese: una gigantesca linea ferroviaria lunga 220 chilometri che taglierà in due la Colombia per collegare la costa pacifica a quella atlantica. Finanziato dalla Chinese Development Bank, il “dry canal” è solo la punta di diamante di una serie di progetti infrastrutturali del valore di 7,6 miliardi di dollari, tutti in mano alla China Railway Group. Tra di essi, un’altra ferrovia di 791 chilometri e l’ampliamento del porto di Bonaventura, sull’Oceano Pacifico.
Il Paese del Dragone punta a controllare in maniera sempre maggiore il commercio del carbone (che oggi viene esportato passando attraverso i porti dell’Atlantico), e ad aumentare il volume di affari con la Colombia. Solo dal 1998 ad oggi il valore complessivo degli scambi tra i due paesi è cresciuto da 10 milioni di dollari a ben 5 miliardi; e la Cina è diventata il secondo partner commerciale della nazione latino-americana, dopo gli Usa.

Ma il carbone non è l’unico business cinese in terra sudamericana. Pechino è presente nella gestione dei giacimenti di litio (minerale indispensabile per le batterie che alimentano cellulari, computer e auto elettriche), concentrati in Cile, Argentina e soprattutto Bolivia, presso la gigantesca salina di Uyuni, riserva da 9 milioni di tonnellate di materiale.
E ovviamente a spingere quaggiù i cinesi sono stati anche petrolio e gas naturale. Le compagnie statali, campeggiate da China National Petroleum (Cnpc) e Petrochina, operano in Venezuela, Brasile, Ecuador, Argentina, Perù, oltre che in Colombia e Cile. Solo nel 2010, tra accordi commerciali e convenzioni, le aziende petrolifere cinesi hanno investito più di 13 miliardi di dollari. E sono in cantiere più di 90 progetti sul territorio.

Il volume spaventoso di affari che Pechino sta gestendo in Sudamerica rischia di minare seriamente l’egemonia statunitense che fino ad adesso ha regnato sovrana sull’area. A preoccupare gli Usa è in particolare il rapporto più che amichevole tra Cina e il Venezuela di Hugo Chavez. Il Paese latino è già il primo fornitore di petrolio grezzo del gigante asiatico, grazie anche ad una join venture siglata nel 2007 tra Cnpc e Petroleos de Venezuela. L’accordo, che scadrà nel 2016, prevede un piano di investimento di 40 milioni di dollari, al quale hanno preso parte le tre principali compagnie cinesi del settore energetico.