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Diritto di critica | October 13, 2019

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L'Africa eterna colonia, tocca al business dei crediti di carbonio - Diritto di critica

L’Africa eterna colonia, tocca al business dei crediti di carbonio

Non più solo carbone, pietre preziose o risorse energetiche. L’Africa ora fa gola anche per le sue foreste, e per la quantità di anidride carbonica che gli alberi possono assorbire. È il boom del mercato di scambio dei “crediti di carbonio”, ovvero “più piante possiedi, più ci guadagni”. Il sistema delle emissioni è una sorta di stratagemma trovato dalle potenze mondiali per incentivare alla riduzione di sostanze inquinanti rilasciate nell’aria, rispettando così il Protocollo di Kyoto. Esso funziona ormai da qualche anno in questo modo: le aziende che producono gas serra oltre il limite consentito dalle direttive internazionali possono acquistare “crediti di carbonio”, messi sul mercato dalle industrie che invece sono state più virtuose, e hanno perciò crediti in eccedenza. In Europa il progetto si chiama “Emissions-Trading Scheme (ETS)” ed è stato inaugurato nel 2005; i gestori che non riescono a rientrare nella norma devono pagare un’ammenda pari a 100 euro per ogni tonnellata di Co2 emessa in eccesso. Più piante possiedi, più ci guadagni, dicevamo. E in teoria il nostro ecosistema ringrazia. Ma dietro ad ogni business c’è sempre un lato poco edificante. Per partecipare allo scambio, che avviene come per le azioni in Borsa, decine di multinazionali stanno infatti facendo a gara per comprare ettari ed ettari di foreste africane, pagando spesso una miseria i proprietari locali dei villaggi che vi sono al loro interno. Molti agricoltori africani, attirati da soldi facili ed immediati, svendono le terre verdi o si offrono di curare gli alberi in cambio di una piccola parte dei guadagni derivati dal mercato dei crediti, ma non si rendono conto che su quel suolo non potranno più far la legna per scaldarsi o allevare bestiame.

Sfrattati La foresta Mau, a nord-ovest di Nairobi, è la più grande del Kenya; un cuore rigoglioso di corsi d’acqua, verdi colline e migliaia di alberi. Dopo un periodo di selvaggia deforestazione seguita da ondate drammatiche di siccità, oggi il polmone del Paese africano si sta arricchendo di centinaia di nuove piante, ma il motivo non è da ricercarsi solo in un’improvvisa politica ambientalista. Il governo keniano, infatti, sta stipulando accordi milionari con aziende europee ed internazionali per lo scambio di crediti di Co2, con la speranza di guadagnarci un bel po’ sopra. A farne le spese, però, sono le oltre 2300 persone cacciate dai villaggi che sorgono nel cuore della foresta da generazioni. Da mesi l’area vicina a Mau è un vero e proprio campo-profughi, con decine di soldati che vigilano ed impediscono agli abitanti di tornare nelle loro case di legna e fango. Le autorità di Nairobi hanno promesso loro nuove terre da coltivare, ma in più di un anno nulla è cambiato.

Affari da milioni di dollari Tra i primi colossi industriali ad aver acquistato il verde dell’Africa vi è la statunitense Wildlife Works, produttrice d’abbigliamento “eco-friendly” che, con la promessa di aiutare l’economia assumendo personale locale, nel 2001 ha comprato ben 32mila ettari di terreno nel sud est del Kenya a meno di 15 euro ad ettaro. Nove anni dopo, nel 2010, la banca Bnp-Paribas si è aggiudicata 1,25 milioni di crediti di carbonio sottoscrivendo con l’azienda americana un contratto da ben 30 milioni di euro. La norvegese Green Resources, invece, fa affari in Tanzania sin dal 1997, ma la piantagione che possiede qui è andata a fuoco più volte: tutti incendi dolosi, causati dagli abitanti dei dintorni che non ricevono benefici e si sentono presi in giro. Oggi la ditta norvegese sta provando ad accontentare i suoi lavoratori, con qualche sistemazione alla scuola del villaggio e la promessa di dividere con loro una parte dei ricavi, ma la situazione è comunque irrisolta e sbilanciata a favore della multinazionale.

A caccia di alberi Il sistema dello scambio dei crediti di carbonio, insomma, apparentemente è un buon espediente per spingere le industrie mondiali a ridurre le emissioni di Co2, ma non regola minimamente la “corsa” alle piantagioni africane. Non solo Kenya e Tanzania, si acquistano ettari su ettari di terreno in Mozambico, Uganda, Sud Sudan, Camerun e Repubblica Democratica del Congo. Un’altra colonizzazione dell’Africa a cui è difficile ribellarsi.