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Diritto di critica | May 9, 2021

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Italians - Quando i "terroristi" eravamo noi - Diritto di critica

Italians – Quando i “terroristi” eravamo noi

Anticlericalismo, anti-patriottismo, critica spietata ai valori dell’autorità. Il fenomeno anarchico è senza dubbio un capitolo a parte nell’immenso scenario della storia dell’emigrazione italiana. Tracce di anarchici italiani si ritrovano in Francia già dal 1600, ma è a partire dall’´800 che Europa, Stati Uniti e Sudamerica accolgono progressivamente decine di migliaia di militanti politici pronti a diffondere i propri valori in tutto il mondo.

«Nostra patria è il mondo intero». A differenza degli altri esuli, gli anarchici lasciavano l’Italia apparentemente senza tristezza o rassegnazione, spinti sia dall’apertura al mondo tipica del loro movimento, sia dalla necessità di fuggire alla persecuzione delle forze dell’ordine. La maggior parte era culturalmente preparata, tanto da formare una “colonia nella colonia” all’interno dei quartieri italiani sorti nelle città francesi o americane. La situazione, però, non era facile nemmeno in terra straniera. Agli inizi del Novecento, per esempio, gli Stati Uniti emanano una legge per contrastare l’immigrazione anarchica in America, la “Anarchist Exclusion Act”, rimasta in vigore fino al 1952.

L’ondata di fine Ottocento. Per scampare alle repressioni del governo Crispi, dopo i violenti moti popolari scoppiati in tutta la Penisola (da Mantova alla Toscana, fino in Sicilia), a cavallo tra Ottocento e Novecento i ribelli riparano in Francia, Belgio, Svizzera, oltre che in tutto il continente americano. Insieme a loro intere famiglie, contadini, poveri operai che si avvicinano al movimento anarchico una volta giunti a destinazione. L’attività di propaganda anarchica trova espressione in moltissimi giornali, stampati e diffusi illegalmente tra le comunità italiane all’estero. Alcuni titoli famosi sono gli italo-americani “La Questione sociale” (tiratura di ben 15 mila copie), “L’aurora”, “La protesta umana”, distribuiti in New Jersey, California, Illinois, Colorado.

Le colonie anarchiche negli Usa. Gruppi di esuli anarchici si ritrovano a San Francisco, Chicago, New York, ma anche nei piccoli centri della provincia americana: esemplare il caso di Paterson, cittadina del New Jersey, che tra i 20 mila immigrati italiani ha ospitato alla fine dell’Ottocento una folta comunità anarchica. Il più celebre abitante tra loro è stato Gaetano Bresci, l’omicida del Re d’Italia Umberto I. Un caso a parte è costituito da Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, arrivati negli Usa come semplici contadini agli inizi del Novecento, ed entrati nel 1916 in un gruppo anarchico italo-americano, in Massachusetts. Appassionati difensori dei diritti dei lavoratori, vengono perseguitati dalla polizia come sovversivi e finiscono sulla sedia elettrica per un duplice omicidio che non hanno commesso, nel 1927. Questo il senso di smarrimento di Vanzetti appena giunto in America: «Dove potevo andare? Cosa potevo fare? Quella era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me».

Altro che Bin Laden. Mario Buda, emigrato italiano e fervente anarchico, fece tremare New York ben ottant’anni prima rispetto all’attacco dell’11 settembre 2001. Conosciuto da tutti come Mike Buda, il 16 settembre 1920 fece saltare in aria Wall Street. Poco prima di mezzogiorno, un uomo con un carretto si fermò davanti alla borsa, legò il cavallo e si allontanò con tutta calma. Si contarono 33 morti e più di 200 feriti. Il più sanguinoso attentato di tutti i tempi sul suolo americano fino alla strage di Oklahoma City. In quel periodo comunque ci furono una serie di attentati dinamitardi tutti attribuiti agli anarchici italiani che avrebbero ucciso complessivamente 10 poliziotti per reazione alle leggi contro gli immigrati e soprattutto contro le “teste calde”.

In Sudamerica. In Brasile, Argentina e Uruguay il contributo degli anarchici italiani è strettamente collegato con le lotte operaie a fianco delle organizzazioni sindacali locali. A Buenos Aires e San Paolo sin dal 1880 i libertari arrivati dalla nostra Penisola sono centinaia; nello Stato carioca per esempio troviamo la figura di Giovanni Rossi, agronomo toscano che tra il 1890 e il 1894 fonda la Colonia Cecilia, nello Stato del Paranà, una delle prime comunità sperimentali anarchiche, autogestite. In Argentina esemplare è il caso dell’immigrazione calabrese: in quarant’anni si stabiliscono tra Buenos Aires, Rosario e San Juan ben 288 italiani qualificati come anarchici, tutti provenienti da Cosenza e provincia.

Anarchismo vs. fascismo. La seconda ondata di emigrazione anarchica si ha con l’avvento della dittatura fascista, che contrastava con la violenza i valori di anti-autoritarismo e libertà. La maggioranza degli anarchici si rifugiano in Francia, Belgio, Svizzera, Inghilterra. La propaganda anti-regime viene condotta insieme a socialisti e repubblicani, anche attraverso decine di fogli e gazzette, come “Non molliamo”, mensile di Marsiglia. Negli anni venti e trenta del Novecento tra le figure più importanti degli esuli d’oltralpe troviamo Alberto Meschi (che combatterà anche nella guerra civile spagnola), Camillo Berneri, il carrarese Gino Lucetti (che tenta di uccidere Benito Mussolini nel 1926, e per questo verrà condannato a 30 anni di carcere) e tutto il gruppo degli anarchici provenienti dalle Alpi Apuane (Carrara e dintorni, nel nord della Toscana), che sarà protagonista della Resistenza contro i tedeschi tra il 1943 e il 1945.

Ha collaborato Paolo Ribichini

Comments

  1. euroubu

    Non fu mai provato che mario buda fosse il responsabile di quella macchia….
    La violenza non è una caratteristica anarchica, dal tuo articolo però pare proprio di sì…
    a parte qualche singolo episodio, nella storia è sempre stata una prerogativa dei fascisti e dei nazionalisti di tutte i colori, colpire nel mucchio, fare stragi.

    saluti e ANARCHIA!