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Diritto di critica | July 23, 2021

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Aquile, slogan e camerati, a Rovetta la "messa fascista" per celebrare i caduti - Diritto di critica

Aquile, slogan e camerati, a Rovetta la “messa fascista” per celebrare i caduti

Un raduno fascista in piena regola: domenica 23 maggio erano in molti ad assistere alla messa in ricordo dei militari della Legione Tagliamento uccisi a Rovetta, nella bergamasca, il 28 aprile 1945. Aquile romane, sacerdote noto per le sue ideologie di destra estrema, bandiere, slogan fascisti e “camerati” nostalgici in divisa d’ordinanza: davanti all’altare, nel cimitero del piccolo paese orobico, non mancava nulla.

La gente è arrivata alla spicciolata: erano sia giovani che anziani, eppure si sono accolti l’un l’altro con grandi pacche sulle spalle e un’unica parola, ripetuta di bocca in bocca: «camerati!». All’inizio erano soltanto poche persone, poi il gruppo si è allargato. Alcuni anziani indossavano le insegne della Legione Tagliamento o la divisa fascista – camicia nera, alti stivali e il tradizionale fez – mentre tra i giovani campeggiavano capelli cortissimi e magliette nere con aquile romane e slogan fascisti. Qualcuno ha appoggiato un plico di volantini sul muretto accanto al cimitero, su cui si leggevano appuntamenti e incitazioni: «non mancate! Contiamo sulla presenza di tutti i camerati che erano e sono, con orgoglio, dalla “parte sbagliata”». Poi sono comparse le bandiere: quelle italiane con l’aquila fascista, quelle della Legione Tagliamento e quelle nere della Repubblica Sociale Italiana. C’era anche qualche croce celtica. Legate alle cancellate e agli alberi, si gonfiavano al vento tiepido del 23 maggio davanti al cimitero di Rovetta, piccolo comune orobico noto per la tragedia avvenuta il 28 aprile 1945 e passata alla storia con il nome di “eccidio di Rovetta”.

In quella data 43 soldati della Legione Tagliamento – di età compresa tra i 16 e i 22 anni – furono fucilati al cimitero del paese dopo che, avendo appreso della fine delle ostilità, avevano deposto le armi e si erano consegnati al  Comitato di Liberazione Nazionale locale per ottenere le garanzie quali prigionieri di guerra. La responsabilità della strage fu attribuita ad un solo uomo, definito “Il Moicano”, che avrebbe agito per conto degli inglesi per screditare il movimento partigiano di stampo comunista, mentre altri documenti parrebbero dimostrare che non si trattò dell’azione di rivalsa di pochi partigiani sbandati, ma di un atto pianificato dal CLN stesso. Sulla questione ancora oggi si sta dibattendo: comunque sia andata, essa si aggiunge alle migliaia di altre pagine nere della storia scritte in quegli anni di guerra e violenze senza senso.

Un tragico episodio che ogni anno, nel piccolo paese orobico, genera un revival fascista in grande stile senza che nessuno riesca a fermarlo: né le autorità cittadine, che preferiscono ‘lasciar correre’ per evitare che la situazione degeneri, né quelle religiose, sebbene il parroco locale si sia più volte scagliato contro la manifestazione, invitando i parrocchiani ad evitare una simile ricorrenza e ricordando da un lato che l’apologia di fascismo costituisce reato e dall’altro che i caduti delle guerre – di qualunque fazione essi siano – vengono celebrati insieme il 4 novembre. La commemorazione nel piccolo paese è invece organizzata dal Comitato Onoranze Caduti di Rovetta (il cui simbolo è la storica “M” rossa della milizia, intrecciata al fascio littorio) e si concretizza in una manifestazione mattutina presso il cimitero locale – luogo dove avvenne la strage – e in una messa celebrata dal sacerdote lefebvriano Giulio Tam, autodefinitosi un “gesuita itinerante” e noto per la sua aperta adesione a ideologie di stampo fascista: è stato più volte immortalato infatti mentre rivolge ai suoi “camerati” il saluto romano, ha celebrato funzioni religiose sulla tomba di Benito Mussolini a Predappio e ha preso parte in abito talare a diverse manifestazioni non autorizzate di Forza Nuova in Italia con tanto di «rosario contro l’invasione islamica». Una delle più note in zona è stata quella del febbraio 2009 a Bergamo, quando in occasione dell’apertura della nuova sede cittadina del movimento di estrema destra ha dato la sua benedizione e sfilato in testa al corteo di aderenti e simpatizzanti attrezzati con caschi, spranghe e bastoni. Una vicenda che aveva molto scosso l’opinione pubblica nella bianchissima città di Bergamo, ma che non ha impedito al sacerdote di continuare la sua opera di predicazione.

«L’apologia di fascismo è reato – ha commentato un esponente delle forze dell’ordine sulla manifestazione di Rovetta – ma in termini di ordine pubblico è più saggio lasciar fare a questi nostalgici la loro messa, finchè si limitano a quella. Attaccarli significherebbe probabilmente generare scontri. Noi cerchiamo di tenere la cosa circoscritta e di evitare le ostilità, anche con gruppi apertamente contrari a questo genere di manifestazioni, altrimenti a farne le spese è il paese». Un timore concretizzato dalla presenza di gruppi antifascisti come “I ribelli della Montagna” che ogni anno, in occasione della ricorrenza, organizzano contestazioni e diffondono volantini e manifesti per ricordare  i crimini commessi dalla Legione Tagliamento in alta valle Seriana e l’impegno dei partigiani contro il regime fascista, esortando la popolazione locale a «onorare la memoria dei nostri caduti per la libertà, combattere questo sistema socio-economico sempre più razzista e repressivo e rifiutare con forza ogni tentativo di mistificazione storico-revisionista».