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Diritto di critica | July 31, 2021

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Berlusconi e la battaglia per la fiducia, tra peones, sciabolette e soldati di ventura - Diritto di critica

Berlusconi e la battaglia per la fiducia, tra peones, sciabolette e soldati di ventura

Di Virgilio Bartolucci

I soldati di ventura si pagano cari, altrimenti non combattono. E quando il signore è con l’acqua alla gola, i mercenari tirano sul prezzo. È una logica sporca, vile, ma fa parte della guerra e la politica lo è. Così non deve stupire quanto accade in una maggioranza dove il sovrano è in punto di morte e si ritrova da solo, con quello che lui stesso ha costruito: una pletora di cortigiani servili, scelti perché battono le mani e non osano contraddire il re, e mercenari che tirano sul prezzo. 

Il monarca assoluto che tutto fa e tutto disfa, si accorge all’improvviso che gli yes man continuano a battergli le mani e intanto tessonno trame per traslocare nella regia di un nuovo numero uno. Mentre i fanti, o i peones, come vengono chiamati in Parlamento, devono fare bottino e sotto la cotta di maglia hanno sfoderato la misericordia per pugnalarlo se non apre subito il forziere.

Oggi si vota la fiducia che Silvio Berlusconi ha chiesto in un Parlamento semi vuoto, lasciato sguarnito da un’opposizione stanca di sentire il solito discorso e la solita sbandierata coesione della maggioranza. Quanto è avvenuto durante la votazione del Rendiconto, non è un incidente parlamentare e non si può nemmeno definire un caso politico. È, molto più prosaicamente, un avvertimento da parte di quanti non hanno nulla da perdere e pretendono una contropartita in cambio del sostegno. Il voto sul bilancio consuntivo, per importante che sia a livello costituzionale, non è determinante, ma un brivido lo provoca: obbliga a chiedere una fiducia in più, proprio mentre al Senato si gioca la partita fondamentale per Berlusconi, la legge sulla prescrizione breve.

Sta accadendo un fenomeno particolare in Italia, dove l’esecutivo, quello che dovrebbe essere il cervello del Paese, è assolutamente staccato dal corpo. I cittadini lo ripudiano, lo rigettano, sentono il disagio e la frustrazione di una umiliazione continua, che travalica i confini nazionali gettando discredito sull’Italia e sul suo popolo. Che nonostante l’indignazione crescente, suo malgrado, resta invischiato nello stereotipo del meridionale d’Europa, pigro, disimpegnato e senza voglia di cambiare.

Ma non è tutto, anzi, l’elemento più assurdo è che nonostante il momento di eccezionale crisi che attraversiamo, ci ritroviamo un cervello che non pensa. Sono saltati completamenti tutti i circuiti, e i parlamentari che sostengono il governo sono come neuroni impazziti,  eccitati dall’imminenza della fine e dalle mille opportunità che si chiudono e si schiudono con essa.

Così non è stato nominato ancora il Governatore della Banca d’Italia, del provvedimento per il rilancio dello sviluppo non vi è traccia, se non qualche vuota etichetta. La manovra, avverte la Corte dei Conti, fa acqua e nell’impasse su patrimoniale, pensioni e condono, si rischia di doverne fare in serie. Si continua a sentir parlare di riforme, come si racconta una barzelletta ripetuta ormai troppe volte: fisco, giustizia, pensioni, lavoro, federalismo, istituzioni. Peccato non le abbia viste nessuno.

In compenso c’è stato il ritorno di fiamma, subito spento dalla Lega (quando è troppo è troppo), per le intercettazioni, mentre va in scena l’ultimo atto del processo breve, che se andrà a dama chiuderà definitvamente il caso Mills e allora i margini di trattativa cambieranno per tutti.

In questo marasma, Berlusconi incontra febbrilmente i suoi, cerca di puntellare chi vacilla, di sospingere gli indecisi, di convincere i riottosi e di aggiungerne di nuovi al mercato del voltagabbana. Poi alla fine ammonisce: “ma non capite che se cado io cade tutto il centrtodestra”. Argomento validissimo con quelli che vogliono avere un futuro politico. Diverso il caso dei maggiorenti che possono sfidare in prima persona capo e cortigiani. 

Tremonti è  solo, lo puntella Bossi. Se così non fosse, premier e ministri lo avrebbero già sbranato. Il Superministro non può rompre proprio ora che la sua immagine è in netto calo, rischia di inabbissarsi per sempre. Per quanto riguarda Scajola, regista della creazione di Forza Italia, sembra avere già archiviato il mal di pancia, forse con una poltrona di rilievo nel partito.

Spesso l’opposizione si è chiesta come è possibile che non sia sorta ancora una congiura per far fuori Cesare. Un argomento che a ben vedere non regge. Quanti sono in Parlamento solo per volontà di Berlusconi? Quanti sono disposti a fare come Fini:  lasciare il porto sicuro per il mare aperto? In questo caso, però, senza avere un proprio peso, né un partito d’approdo e né, nella maggior parte dei casi, un elettorato.

Nel suo discorso alla Camera Berlusconi ha detto che non ci sarà nessun governo di transizione, se cade il governo si va  a elezioni. Quindi si vota col Porcellum e questo sì che fa aumentare la coesione nei suoi: o voti o puoi scordarti di essere ricandidato, in poche parole hai chiuso. 

Il pericolo arriva dai peones e dagli onorevoli che temono di non avere altre possibilità. Sono i Responsabili, che si dichiarano preoccupati dalla situazione del paese. Sono gli ex Fli ed ex Pdl e più in generale i confluiti nel gruppo Misto – anche loro atterriti per il Paese – proprio nell’imminenza del voto. Terzo pericolo gli scajoliani, un nutrito drappello di parlamentari che – viene da pensare – la poltrona non l’hanno ricevuta ancora. Neanche a loro insaputa.

Certo, dopo il voto del 14 dicembre, in cui abbiamo visto lo spettacolo di parlamentari che in quattro e quattr’otto hanno fatto “inversione a U”, quello di domani si configura come un voto semplice. Ma la politica è imprevedibile. E a Berlusconi servono tutti i voti possibili. Deve convincere Napolitano che la maggioranza non è risicata e può governare. Uno scoglio che il premier deve necessariamente superare, per arrivare, almeno, all’approvazione di una delle leggi blocca processi.