Placido Rizzotto, il simbolo delle vittime nascoste della mafia

10 Marzo 1948: a Corleone il sindacalista Placido Rizzotto viene sequestrato e ucciso dalla mafia e scompare nel nulla. 24 Maggio 2012: alla vittima, i cui resti vengono ritrovati solo nel 2009, sono concessi i funerali di Stato. In mezzo, 64 lunghi anni durante i quali la mafia ha allungato le mani sulla Sicilia fino a prendersi l’Italia intera e ad infiltrarsi nel suo tessuto economico e sociale.

L’omicidio Rizzotto è ancora senza colpevole, primo di una lunga serie nella quale spesso non si ha nemmeno un corpo sul quale piangere e pregare. Il suo lo hanno riconosciuto grazie alla prova del Dna, nel marzo scorso. La storia di questo piccolo grande eroe è simile a quella di altri siciliani onesti che hanno affrontato a viso aperto il lato oscuro e criminale di un’isola così ricca di contrasti. Rizzotto ha fatto a Corleone ciò che Peppino Impastato ha fatto a Cinisi. L’eterno scontro tra oppressi e oppressori. Nel 1948 in tutta la Sicilia i contadini lottano per la ridistribuzione delle terre, e Placido, ex partigiano e presidente della Camera del Lavoro di Corleone, combatte al loro fianco per la libertà e i loro diritti, nonostante le intimidazioni e il potere che la futura Cosa Nostra esercita sui grandi latifondi. Tra il 1944 e il 1950 per la terra morirono per mano mafiosa decine di sindacalisti, contadini e militanti di sinistra. Anche la battaglia di Rizzotto finisce presto: il padrino di Corleone, Michele Navarra, ordina ad un giovane Luciano Liggio (che sarà il braccio destro di Provenzano e Riina) di radunare i suoi scagnozzi e far sparire quel sindacalista ficcanaso. Lo ammazzano furiosamente e gettano il corpo nella foiba di Rocca Busambra, in una cavità profonda cinquanta metri. Quando la mafia ha paura, uccide. Se è terrorizzata, delle sue vittime cancella ogni traccia, in una spietata “damnatio memoriae”. Nessuno ha effettivamente pagato per quell’omicidio; due indiziati che ammisero di averne preso parte sono stati assolti nel 1964 per insufficienza di prove.

In questi giorni di commemorazione per la stagione delle stragi i funerali di Stato di Rizzotto costituiscono un’occasione in più per riflettere e rendere omaggio a tutti i lavoratori e i semplici cittadini che sono scomparsi su ordine della criminalità organizzata: «Le esequie di Placido Rizzotto rappresentano una nuova stagione – ha dichiarato il segretario della Cgil Susanna Camusso, presente alla cerimonia – chiederemo che si faccia giustizia, anche se molti protagonisti sono morti vogliamo che si riaprano i processi per i tanti sindacalisti assassinati dalla mafia».

«Siamo riusciti a dare a mio zio una degna sepoltura – queste le parole di Angelo Rizzotto, uno dei nipoti di Placido – ma dopo 64 anni. Nessuno dei 47 sindacalisti uccisi tra il 1946 e il 1956 ha avuto giustizia, lo Stato avrebbe dovuto fare di più per questi eroi che hanno lottato per i diritti dei lavoratori».

Il sindacalista che aveva osato venire alle mani con Luciano Liggio e rifiutare a Navarra l’iscrizione all’Anpi di Palermo, è oggi anche il simbolo di tutte le vittime nascoste dalla mafia, coloro che non hanno avuto una sepoltura perché mai ritrovate.

Di Arianna Pescini

Giornalista professionista dal 2010, mi occupo di esteri, attualità e cinema. Laureata a Pisa in Storia Contemporanea, con esami di relazioni internazionali e Storia dell'America Latina all'Università Complutense di Madrid, ho conseguito il Master in giornalismo e comunicazione pubblica presso l’Università di Tor Vergata, Roma. Ho lavorato presso la redazione centrale del quotidiano “Il Tirreno”, dell'ex gruppo Espresso, e presso le redazioni Sport e Internet di Rai Radio Uno. Collaboro con i mensili Focus Storia e Bbc History Italia e mi sono occupata di energie rinnovabili per agenzie di comunicazione. Scrivo per Diritto di Critica dal 2012.