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Diritto di critica | May 15, 2022

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La Volpe abbattuta e il caso Ilaria Alpi. Stragi dimenticate - Prima puntata - Diritto di critica

La Volpe abbattuta e il caso Ilaria Alpi. Stragi dimenticate – Prima puntata

di Erminia Borzì

L’INCHIESTA – C’è un filo invisibile, come la tela di un ragno, che lega il disastro aviatorio dell’elicottero Volpe 132, precipitato in Sardegna il 2 marzo 1994, con l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (avvenuto a Mogadiscio, 20 marzo 1994). Probabilmente anche la caduta di questo elicottero fa parte di quelle stragi avvenute in Italia fino agli inizi degli anni ‘90 e, probabilmente, se Pasolini fosse stato ancora in vita avrebbe incluso questo fatto di cronaca nera nella famosa lettera che pubblicò sul Corriere della Sera nel 1974, intitolata: Cos’è questo golpe? Io so. “Io so – scriveva Pasolini – Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi! […] La ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia, a partire dal 1968, non è poi così difficile”.

Siamo a Salto di Quirra, in Sardegna, davanti al poligono missilistico di Feraxi, a nord di Capo Ferrato (costa sud orientale della Sardegna), quattro persone del luogo, intorno alle 19:15/30, Giovanni Utzeri, Luigi Marini, Antonio Cuccu e Giuseppe Zuncheddu, vedono da angolazioni diverse un elicottero della Guardia di Finanza, velivolo Volpe 132, A-109 (Augusta 109), sorvolare questa zona, incendiarsi, esplodere e precipitare in mare. Tutti e quattro i testimoni oculari hanno dichiarato che l’elicottero in questione è caduto in prossimità di una nave portacontainer (in seguito identificata con il mercantile Lucina), ancorata in quel tratto di mare, dove la motovedetta G.63 Colombina della GdF seguiva l’elicottero. Nell’immediatezza dei fatti le forze dell’ordine della zona hanno raccolto le dichiarazioni dei quattro testimoni; in seguito, hanno negato addirittura l’esistenza del mercantile a Feraxi. Secondo alcuni abitanti della zona, invece, il Lucina avrebbe preso rapidamente il largo dopo l’abbattimento dell’elicottero. Alla presenza del t. col. dell’Aeronautica militare, Enrico Moraccini, capo della Commissione d’Inchiesta per accertare la dinamica dei fatti, al mar. llo di P.G. Angelo Anedda e al brig. Giuseppe Madera, Luigi Marini, alcuni giorni dopo la tragedia, sono state messe per iscritto le dichiarazioni rese il giorno dell’”incidente”: […] “La sera del 2 marzo 1994, intorno alle 19:15/:25, mentre pescavo sul fiume Picocca, ho sentito un rumore di motori in lontananza e, scrutando il cielo, ho cercato di capire da dove venisse. In quell’attimo, in direzione di Capo Ferrato, sul lato sinistro, guardando il mare, ho visto un fascio di luce salire dal basso verso l’alto e subito ricadere verso il basso. Da quel momento il rumore è cessato”. La luce salita dal basso verso l’altro e ridiscesa al suolo era un missile terra aria,forse uno FIM-92 Stinger?

In questo presunto incidente muoiono il mar. llo Gianfranco Deriu, 41 anni, e il brig. Fabrizio Sedda, 28 anni. I due sottufficiali risultano ancora dispersi in mare. Che fine hanno fatto i loro corpi? “A bordo del Volpe 132 mi sento più sicuro che al volante della mia auto”, diceva il mar.llo Deriu ai suoi colleghi. Gianfranco Deriu aveva maturato 25 anni di onorato servizio e migliaia di ore di volo tanto da diventare il più esperto elicotterista della Sardegna; ha lasciato una moglie e due figli.

“Fabrizio è morto perché insieme al suo collega aveva scoperto un traffico illecito di droga ed armi dove sono coinvolti organi delle istituzioni italiane e straniere”, ha scritto alla famiglia Sedda un anonimo rimasto tale fino ad oggi, spiegando il perché della fine tragica del giovane militare. Fabrizio Sedda aveva la passione per il volo ed era considerato un pilota esperto e affidabile; da Milano era ritornato in Sardegna e, da circa due mesi, prestava servizio al II gruppo nucleo elicotteristi del comando GdF di Cagliari. Il brig. Sedda si era fatto subito stimare dai colleghi, supportando Deriu nelle ronde di controllo sulla costa.

– La nave fantasma –

Il 6 luglio 1994, quattro mesi dopo la caduta dell’elicottero Volpe 132, il mercantile Lucina è stato lo scenario di un’altra strage, avvenuta nel porto di Jenjen, sprovvisto di adeguate misure di sicurezza e distante 300 chilometri da Algeri. Stranamente, il mercantile sostava a Jenjen da 27 giorni per un ritardo di scarico merci che sarebbe dovuto avvenire nel sicuro porto di Djendjen. Tutti i membri dell’equipaggio del Lucina furono sgozzati come se si trattasse di un’esecuzione e non di un tentativo di saccheggio da parte della pirateria locale. Tra le merci trasportate dal Lucina c’erano anche 600 tonnellate di materiale “non dichiarato” che, secondo un articolo scritto a due mani da Magdi Cristiano Allam e da Nacera Benali per il giornale Repubblica (1997),  potrebbe riferirsi ad un carico di armi. L’armatore della Lucina, Massimo Cellino, ha dichiarato agli inquirenti che il comandante del mercantile, Salvatore Scotto, lo chiamava tutti i giorni dicendo di sentirsi in pericolo e chiedendo di contattare l’ambasciata italiana per accelerare la procedura di scarico merci, rallentata dal governo algerino. Pare che, la notte della strage, il comandante sia stato costretto a far salire alcune persone non identificate a bordo del mercantile, forse con la promessa di poter attraccare a Djendjen. Questi “visitatori”, che in seguito si rivelarono essere terroristi islamici, secondo la ricostruzione dei fatti, non hanno voluto pagare il conto della “merce” trasportata dal Lucina e per questo motivo hanno sterminato tutto l’equipaggio della nave. E’ credibile tale ricostruzione? E’ credibile che il comandante e il suo equipaggio fossero a conoscenza che, tra i sacchi di semola trasportata sul mercantile, ci fossero anche armi? Se il comomandante Scotto chiamò ripetutamente l’armatore Cellino probabilmente non era a conoscenza del vero scopo del suo viaggio in Algeria e probabilmente si rese conto solo dopo del pericolo che stava correndo insieme al suo equipaggio. C’è da chiedersi perché ci fu un tale ritardo da parte dell’armatore Cellino e del governo italiano all’insistente richiesta di aiuto di Scotto e per quale motivo i terroristi salirono a bordo del mercantile senza aspettare di prelevare ciò che gli interessava nel porto di Djendjen.

Secondo varie ipotesi che furono formulate dalle Procure di Trapani e di Napoli, che si sono occupate della vicenda, molte delle responsabilità sulla strage del Lucina sono attribuibili all’ambasciata italiana di Algeri, la quale era a conoscenza che su quella nave avrebbe dovuto imbarcarsi un ex agente segreto, un certo Gaetano Giacomina di Oristano, alias G-65, per anni infiltrato in Algeria. L’agente G-65 è morto misteriosamente a Capo Verde, nel 1998.

Comments

  1. Giancarlo De Palo

    Racconto avvincente come un romanzo, ma purtroppo i morti sono veri. Come le omissioni e gli imbrogli di Stato