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Diritto di critica | August 1, 2021

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Pop Art, quando Warhol scoprì il giornalismo

Pop Art, quando Warhol scoprì il giornalismo

di Francesca Pintor

A caratteri cubitali, in prima pagina o in sovraimpressione su uno schermo, il titolo giornalistico smuove le emozioni del lettore, ne cattura l’immaginario, dando forma e (spesso) sostanza alle notizie. Un potere che Andy Warhol, ex grafico pubblicitario e protagonista indiscusso della Pop Art, conosceva bene tanto da dedicarvi parte della sua produzione artistica. Disegni, dipinti, fotografie e video oggi raccolti nella mostra “Warhol: Headlines” in programma alla Galleria nazionale d’Arte moderna di Roma fino al 9 settembre. In tutto 80 opere, realizzate per la maggior parte tra gli anni ’50 e gli anni ’60, che documentano la ricerca del sensazionalismo nei media dell’epoca.

La mostra, organizzata dalla National Gallery of Art di Washington, rivela un aspetto ancora poco esplorato (ma molto attuale) del rapporto tra Andy Warhol e i mezzi di comunicazione. Nelle “opere-titolo” l’artista abbandona i ritratti delle icone americane di quegli anni (come Marilyn Monroe o Elvis Presley) per concentrarsi sul linguaggio dei media e sui suoi meccanismi in quanto espressione della società dei consumi.

L’opera di maggiore impatto visivo è il trittico “Fate presto”, tratto dalla prima pagina del Mattino del 23 novembre 1980 che chiedeva aiuti immediati per i terremotati dell’Irpinia. Un titolo – recentemente ripreso dal Sole 24 Ore per richiamare l’intervento delle istituzioni sull’emergenza finanziaria – che Warhol rielaborò attraverso tre tele monumentali per evidenziare tutta la drammaticità della notizia.

L’artista di Pittsburgh era infatti affascinato dal linguaggio immediato della cronaca, dalla reiterazione spesso ossessiva della notizia e dall’intreccio tra media e vita reale. La sua fonte di ispirazione furono soprattutto i tabloid, come il Daily News o il New York Post, di cui conservava in maniera quasi maniacale testi e immagini. Utilizzando tecniche diverse (tra cui la serigrafia), reinventava i materiali raccolti senza fare alcuna distinzione tra gossip e cronaca nera.
Nelle opere-titolo, infatti, il contenuto della notizia quasi scompare per lasciare il posto alla sua rappresentazione grafica e linguistica. Grazie ad essa il titolo genera passioni, suggestioni e nuovi miti da dare in pasto, come un qualsiasi prodotto da supermercato, al lettore-consumatore.
La vita scandalosa di Madonna (“I’m not ashamed”) assume così la stessa importanza di un disastro aereo (“129 die in jet”) o di un terremoto. E la notizia si trasforma in opera d’arte da riprodurre in serie: dalla gravidanza della principessa Margaret di Gran Bretagna (“A boy for Meg”) al matrimonio tra Liz Taylor e il cantante Eddie Fisher (“Eddie Fisher brakes down”).

La mostra ricostruisce anche l’evoluzione tecnologica dei mezzi di informazione dagli anni ’50 al 1987, anno della morte di Warhol, con titoli tratti dalla carta stampata fino a quelli dei notiziari televisivi.  Con uno spazio dedicato ai lanci di agenzie (“Flash”) che scandirono i giorni drammatici dell’assassinio di J.F. Kennedy. “La sua morte non mi sconvolse più di tanto – disse l’artista – mi sconvolse piuttosto il modo in cui la televisione e la radio programmarono la tristezza generale. Sembrava che per quanto ci sforzassimo, fosse impossibile scamparvi”. E chissà che cosa avrebbe pensato Warhol di certi processi mediatici allestiti da alcuni media contemporanei sui più scottanti casi di cronaca nera degli ultimi anni.

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