Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Diritto di critica | December 5, 2022

Scroll to top

Top

Chicago, scuola pubblica nel caos. Lo sciopero dei prof

di Martina Albertazzi

NEW YORK – Un’estate da dimenticare per Chicago, che dopo l’escalation di violenza dei mesi scorsi, con oltre trecento omicidi, deve ora fare i conti con lo sciopero generale di 30mila insegnanti delle scuole pubbliche. I lavoratori della città dell’Illinois hanno incrociato le braccia lunedì, dopo il fallimento di dieci mesi di trattative tra la Commissione per l’istruzione e il Ctu (Chicago Teachers Union), il sindacato degli insegnanti. Migliaia di impiegati della categoria, a cui appartengono anche assistenti sociali e infermieri, hanno così deciso di scendere in strada per il primo sciopero in venticinque anni.

FOTOGALLERY

Lo sciopero. “Il dialogo è stato intenso e produttivo, ma sfortunatamente non siamo riusciti ad arrivare ad un accordo”, aveva dichiarato lunedì durante una conferenza stampa Karen Lewis, leader del sindacato. Quello di Chicago è il terzo più grande sistema scolastico del Paese, con più di 650 istituti pubblici ed oltre 400mila studenti, che in questi giorni hanno dovuto prolungare le vacanze estive, dopo appena una settimana dall’inizio delle lezioni.

La trattativa. Il sindaco democratico della città ed ex capo di gabinetto dell’amministrazione Obama, Rahm Emanuel si è affrettato a spiegare alla stampa americana che quello in atto è uno “sciopero di scelta”, e che “l’offerta della Commissione era totalmente equilibrata”, riferendosi alla proposta di un aumento del 16% degli stipendi nei prossimi quattro anni. Ma la questione monetaria non è il punto cruciale della trattativa, come hanno ammesso entrambe le parti. Secondo i lavoratori, infatti, la decisione di scioperare è stata causata dai licenziamenti, dal taglio dei fondi alla scuola pubblica, che ha portato al sovraffollamento delle classi, con un peggioramento progressivo delle condizioni di lavoro e dalla legge in vigore nello Stato, secondo cui i risultati degli studenti nei test standard costituiscono il 25% sulla valutazione generale degli istruttori (il 30% tra due anni). Una regola che secondo gli educatori, non tiene conto di quei fattori, come il contesto familiare, molto più importanti della scuola nella formazione degli studenti.

La protesta. Ed intanto gli insegnanti in sciopero hanno espresso il loro desiderio di tornare al lavoro al più presto, ma non senza aver incassato qualche vittoria: “Siamo disposti a lasciare i nostri figli a casa per qualche giorno, ma ad insegnare loro a lottare per i propri diritti invece di sottostare ad un sistema ingiusto”, ha commentato Michele Young, attivista e membro del sindacato, durante il corteo davanti agli uffici della Cps (Chicago Public Schools), il dipartimento della pubblica istruzione. “Rimarremo in strada il tempo necessario – ha raccontato Dan Williams, assistente sociale che opera in diverse scuole –. Moltissimi genitori hanno mostrato il loro sostegno per la causa, perché sanno che le condizioni in cui siamo costretti a lavorare, hanno ripercussioni sugli studenti”. Intanto le autorità fanno sapere di essere vicine ad un accordo, mentre cresce la preoccupazione delle famiglie sulla sicurezza dei loro figli, in questi giorni in cui solo 114 istituti hanno garantito assistenza part time.

Problemi per Obama. Ed in tempo di elezioni, il dibattito sulla scuola pubblica di Chicago ha investito anche la campagna presidenziale. Mentre il candidato repubblicano Mitt Romney, si è detto “profondamente deluso” dal comportamento del sindacato “che troppo spesso mette i propri interessi di fronte a quelli degli studenti”, l’amministrazione Obama per il momento non ha espresso alcun parere sulla questione. Il forte legame tra il sindacato ed il partito democratico da una parte, ed il rapporto tra Obama e il primo cittadino della città Emanuel, infatti, potrebbero dare del filo da torcere all’inquilino della Casa Bianca, che non può permettersi di perdere voti nella sua Chicago a meno di 60 giorni dall’Election Day.

Argomenti