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Diritto di critica | May 5, 2021

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Nello sport l’importante non è vincere ma... guadagnare

di Stefano Nicoli

Il vecchio continente sta perdendo fascino. Inesorabilmente. Non dal punto di vista artistico, turistico o culturale, ma dal punto di vista sportivo. È in atto un fenomeno migratorio che coinvolge alcuni degli sport più popolari nei paesi europei, sempre più alla ricerca di guadagni in realtà esotiche e lontane, anche a costo di perdere tifosi e appassionati nei paesi dove sono oramai tradizione. Una strategia commerciale che potrebbe anche rivelarsi controproducente.

Un calcio alla popolarità. Un esempio di questa “diaspora sportiva” sono le ultime due edizioni della Supercoppa Italiana che, con buona pace dei tifosi, si sono svolte nella “vicinissima” Pechino. Perché? Non per il grande pubblico: in 80mila hanno assistito a Milan–Inter, mentre per Juventus-Napoli gli spettatori al “Bird’s Nest” erano già scesi a 60mila; né per i molti telespettatori italiani, dati il periodo dell’anno e l’ora insolita (le 14.00 del 6 e 13 agosto): in 6 milioni hanno infatti seguito il derby della Madonnina, mentre il match tra bianconeri e partenopei ha avuto circa 4 milioni di telespettatori. Numeri bassi, se si pensa che Milan–Barcellona di Champions League ne fece registrare oltre 10 milioni. E allora perché si è volati in Cina? Presto detto: l’United Vansen International, società organizzatrice dell’evento, ha versato 1,7 milioni di euro nelle casse di ognuno dei quattro club. E poco importa se la Supercoppa in Italia l’hanno vista in pochi. Ma è nel giugno 2022 che la situazione raggiungerà l’apice del paradosso: i mondiali di calcio si svolgeranno infatti alle temperature proibitive del Qatar (paese dalla “rinomata” cultura calcistica), nonostante le lamentele delle federazioni calcistiche internazionali, che chiedono di svolgere quell’edizione non più d’estate, ma d’inverno. La FIFA tuttavia, pur di incassare i dollari degli organizzatori, si è detta contraria ad un qualsiasi cambiamento della data di svolgimento del torneo. Per i soldi questo ed altro, insomma.

E la Formula 1 segue a ruota. Silverstone, Spa – Francorchamps, Hockenheim, Monza… Sono gli ultimi templi rimasti dell’automobilismo europeo, teatri di lotte indimenticabili. Ma il “circus” della Formula 1 sta ormai lasciando queste terre, rivolto ai paesi asiatici in forte sviluppo economico: stati come la Germania sono ora costretti a far alternare i propri circuiti più rappresentativi, a vantaggio, ad esempio, della Corea del Sud o di Singapore. Con che risultato? Per la realizzazione del circuito di Yeongam, in Corea del Sud, ad esempio, sono stati spesi circa 360 milioni di euro e ne vengono spesi altri 60 per l’organizzazione annuale del Gp, a fronte di entrate che sfiorano appena i 20 milioni di euro. Un investimento apparentemente errato. Ma non è così, perché anche qui si nasconde un paradosso: si svolgono gare in paesi lontanissimi per incassare più soldi ma, per favorire i telespettatori europei, i più interessati alle corse automobilistiche, i piloti sono costretti a gareggiare ad orari spesso inadatti (per esempio all’imbrunire), che rendono difficile la visuale e pericolosa la competizione. Tutto questo non ha senso, direte voi. Già, eppure accade.

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